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Taglio all'assegno per invalidità civile in caso di reddito, “inserimento lavorativo è cura”

Le associazioni di caregiver Oltre lo sguardo, Hermes, Avi e Come dopo di noi, sostenute da Pietro Barbieri, denunciano la decisione dell'Inps: “L’inserimento lavorativo è un intervento abilitativo: il rimborso spese che viene riconosciuto rientra nel piano di intervento educativo ed è di stimolo e gratificazione a livello mentale. È cura, non reddito”

21 ottobre 2021

ROMA – Il lavoro, per chi ha una invalidità parziale, non è “fonte di reddito, ma di cura”, nonché tassello fondamentale del “budget di salute” e nella costruzione del Dopo di noi: lo mettono in luce le associazioni di caregiver Oltre lo sguardo, Hermes, Avi e Come dopo di noi che, sostenute da Pietro Barbieri, denunciano la decisione dell'Inps, contenuta nel messaggio n. 3495 del 14 ottobre. In base a questo, lo svolgimento dell'attività lavorativa, a prescindere dal reddito che produce, costituisce di per sé una causa ostativa al diritto all'assegno di invalidità civile (287 euro circa). Questo, “sulla base di quanto stabilito dalla Corte di Cassazione – spiegano le associazioni - che stabilisce che il mancato svolgimento della attività lavorativa equivale al requisito sanitario per avere diritto alla prestazione assistenziale”.

Una decisione che le associazioni definiscono “assurda”, condividendo dunque le posizioni critiche già espresse da Anmic, Cgil, Coordown e Uniamo. “E' una ingiustizia – denunciano - La pandemia e l’emergenza sanitaria hanno messo ancora di più in luce i vuoti assistenziali e le inadempienze normative che affliggono le persone con disabilità e le loro famiglie. Dovremmo essere uniti nel ritenere che quanto interpretato dall’Inps sia impugnabile perché, a questo punto, le persone con disabilità dovrebbero essere retribuite in base ai contratti di lavoro nazionali. In altre parole, se vengono considerate come 'abili al lavoro' e quindi non più aventi diritto all'assegno d'invalidità, allora le persone con invalidità non possono e non devono essere più sottopagate: e l'ente che le assume non potrà più dare un obolo per l'attività lavorativa, che attualmente viene svolta sotto la voce contabile 'riabilitazione'. Si tratta di 150 euro mensili – sottolineano le associazioni – che vengono corrisposte mensilmente e che, in base a quanto deciso dall'Inps, ora risulteranno come un reddito tale che, a causa di una pronuncia della Corte di Cassazione di carattere generale, autorizza Inps credere, o peggio a voler far credere, che queste persone siano in grado di andare a lavorare e quindi autosufficienti!”.

Una decisione contraddittoria, insomma, che rischia di danneggiare pesantemente chi, pur avendo un'invalidità civile grave ma non totale, tuttavia svolga un'attività lavorativa per alcune ore della settimana. “Non ci si rende conto della realtà delle cose – commentano le associazioni - ma anche di quanto sia importante costruire il Dopo di Noi 'durante'. Una costruzione che avviene con la passione, la competenza e l’abilità con la quale si realizza un puzzle, una visione, uno sforzo che accomuna tutti i soggetti coinvolti, a partire dalla persona con disabilità. Attualmente si procede senza un budget di salute adeguato (pensione, assegno di invalidità, contributo inserimento lavorativo, contributo vita indipendente, tirocini, borse di studio, assegni terapeutici): il futuro delle persone con disabilità più fragili e socialmente sole rischiano ora di ridursi al limite del barbonismo domestico, che la stessa enciclopedia Treccani definisce come una vera e propria forma di esclusione e isolamento sociale dentro abitazioni che senza entrate adeguate non possono essere luoghi accoglienti e salutari solo in potenza”.

Numeri alla mano, “il costo reale del progetto di vita individuale 'Dopo di Noi' è di circa 3 mila euro al mese: altro che i 151 euro al giorno della legge 112/2016. E Inps che fa? Toglie la pensione! Nel mondo dei soldi, di questo passo, il Dopo di Noi diventa sempre di più utopia su carta”. Le associazioni dunque ribadiscono: “L’inserimento lavorativo è nella maggioranza dei casi un intervento di tipo formativo riabilitativo, non certo una forma reale di sostentamento. Dopo questa interpretazione da parte dell’Inps, che ci lascia sbalorditi e disorientati riportandoci come indietro nel tempo, si rende quanto mai necessaria una normativa al riguardo, che dia elementi a chi evidentemente non conosce il mondo della disabilità”.

Nello specifico, “tirocini, borse di studio, assegni terapeutici e tutto ciò che concerne la cura e il sostegno alla vita autonoma adulta della persona con disabilità devono essere considerate risorse che affluiscono nel budget salute della persona con disabilità per sostenerla. La Legge 112/16 per il Dopo di Noi – ricordano ancora le associazioni - si riferisce a tutta una legislazione internazionale a tutela del diritto delle persone con disabilità all’abitare e a una vita autonoma. Questo comporta uno sforzo ed ha un costo. Il rimborso spese che viene riconosciuto alle persone con disabilità che svolgono attività formative e riabilitative in ambienti lavorativi (attività alle quali nella maggioranza dei casi non potrebbero ambire a causa di ridotta abilità ed efficienza che non possono soddisfare logiche di produttività) rientra nel piano di intervento educativo ed è di stimolo e gratificazione a livello mentale. È cura, non reddito. È dare una possibilità. È uguaglianza. È giustizia”, concludono le associazioni.

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