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Rsa, “eterna zona rossa”: indagine e proposte sulla riapertura che non c'è

La Comunità di Sant'Egidio presenta i dati raccolti in 237 strutture in 10 regioni e 11 città: il 64% non consente alcun tipo di visita, volontari e amici ammessi solo nel 15% delle strutture. L'81% non ha una stanza degli abbracci, il 61% non permette uscite neanche per visite specialistiche. “Visite aumentano contagi? E' una fake news”. Sei proposte per riaprire in sicurezza

29 aprile 2021

ROMA - Riaprono i ristoranti, riaprono i cinema, riaprono i centri commerciali: tutto (o quasi) riapre, nell'Italia che si tinge di giallo, tranne le strutture per anziani. Quelle restano per lo più chiuse: non si entra, non si esce. Ancora fuori dalla porta, nella maggior parte dei casi, i familiari, gli amici, i volontari. Niente uscite per gli ospiti, neanche per le visite specialistiche. Con pesanti conseguenze sulla salute fisica e mentale. E' la “fotografia di una sostanziale chiusura” quella scattata dalla Comunità di Sant'Egidio, nell'inchiesta sulle condizioni di vita degli anziani residenti nelle Rsa e nelle case di riposo in Italia. Ed è una provocazione, ma anche una realtà, quella che dà il titolo alla conferenza stampa durante la quale, stamattina, la ricerca è stata presentata: “Rsa e case di riposo: un’eterna zona rossa”.

Una provocazione dovuta, visto che “dobbiamo scuotere le coscienze dei cittadini e soprattutto di chi guida questo paese, perché nonostante gli appelli, le evidenze scientifiche, le raccomandazioni sugli effetti nefasti dell'isolamento e sulla necessita di una riapertura in sicurezza, malgrado le pressioni di famiglie, operatori, volontari, quasi nulla è cambiato in queste strutture, che sono rimaste sostanzialmente chiuse – ha denunciato in apertura il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo – Dall'indagine che presentiamo oggi, emerge che più del 60% delle strutture analizzate non consente alcun tipo di visita ai suoi ospiti, incluse visite mediche specialistiche. Le cosiddette stanze degli abbracci esistono in meno del 20% e le videochiamate in meno della metà. Un dato impressionante – ha aggiunto – riguarda l'assistenza religiosa, per lo più con consentita”.

Più nel dettaglio, i dati sono stati presentati da Roberto Bortone: “La ricerca ha riguardato 237 strutture su tutto il territorio nazionale, 11 città, 10 regioni. Il 64% delle strutture esaminate non consente alcun tipo di visita. Volontari e amici entrano solo nel 15% di queste. Poco diffusi anche gli strumenti messi in campo per facilitare l'incontro: la 'stanza degli abbracci' è assente nell'81% delle strutture analizzate; le videochiamate avvengono in poco più del 60% di queste. Dalle strutture non si esce o si esce poco, nonostante le indicazioni di Iss e ministero della Salute: nel 61% delle strutture non è permessa l'uscita neanche per visite specialistiche. Anche l'assistenza religiosa è sospesa il oltre il 65% delle strutture, presente solo in 64 di quelle analizzate. In sintesi, questa è la fotografia di una sostanziale chiusura”.

Residenze per anziani, “sistema fuori controllo per monopolio”

Una situazione preoccupante, quella delle strutture per anziani, “già prima della pandemia, come abbiamo più volte sottolineato – ha continuato Impagliazzo – Il sistema di istituzionalizzazione, che finora è l'unica risposta che il nostro Paese sa dare ad anziani, malati e disabili, non funzionava e non funziona, soprattutto per via della sproporzione tra costo per la collettività e qualità del servizio erogato. Le residenze per anziani – ha denunciato con forza Impagliazzo – sono in sistema fuori controllo, perché in regime di monopolio. L'assistenza domiciliare integrata è infatti ridotta praticamente a nulla: 18 ore per ogni anziano durante l'anno. Le residenze sono fuori controllo perché sono l'unica risposta. Per uscire da questa mancanza di diritti e da questa sproporzione, l'unica soluzione è differenziare”.

Incoraggiano, in tal senso, le parole con cui il premier Draghi ha presentato il Pnrr alle Camere, “dicendo che dobbiamo lavorare perché sia possibile in Italia un contesto di maggiore deistituzionalizzazione – ha ricordato Impagliazzo - Su questo siamo insistendo da prima del covid con programmi messi in atto anche tramite viva gli anziani. Bene anche l'accento posto sulla casa come luogo di cura, che vuole unire sociale e sanitario – ha detto ancora - per cui il governo propone all'Europa investimenti di circa 4 miliardi”.

Nel sottolineare queste importanti novità introdotte dal Pnrr, Impagliazzo esprime però preoccupazione per “la corsa delle Rsa a riempire i posti vacanti, ora che alcune strutture hanno perso fino al 30% degli ospiti a causa del Covid. Questo è metodo sbagliato: è giunto il momento di differenziare, aprire nuove vie. Vedremo poi quale avrà ragione nel difendere la vita delle persone. La Comunità di Sant'Egidio, con case alloggio, case famiglia, badanti, assistenza domiciliare, monitoraggio tramite il progetto 'Viva gli anziani', ha già dimostrato che queste vie permettono risparmi, allungamento della vita e difesa della dignità delle persone. Proviamo un'indignazione morale, che oggi vogliamo condividere insieme ai dati dell'indagine, verso le grandi resistenze che si stanno verificando oggi nell'aprire le strutture alle visite di parenti, familiari, amici, volontari. Ci sono tanti anziani che non hanno famiglia ma ci sono volontari, vicini, amici: si potrebbe aprire, con grande facilità. Di qui le nostre proposte concrete, semplici da realizzare”.

Più visite, più contagi? Una “fake news” da smentire

La premessa è che aprire si può e si deve, naturalmente in sicurezza. “Molte strutture giustificano la chiusura affermando che tramite i visitatori aumenta la trasmissione del virus – ha riferito Impagliazzo – Ma questa è una fake news che vogliamo smentire: è stato dimostrato scientificamente che nessuna delle strutture che a giugno ha aperto alle visite dei parenti (per poi richiuderle a settembre, con la seconda ondata) ha avuto un incremento di casi. Tle due principali cause di diffusione del Covid nelle strutture per anziano sono l'impreparazione degli operatori, spesso sprovvisti anche di dispositivi adeguati, e la scellerata idea di ricoverare in questi istituti, spesso sovraffollati, persone malate di Covid”,

Le sei proposte per la riapertura che non c'è (ma deve esserci)

Alla luce di quanto denunciato, la Comunità di Sant'Egidio avanza alcune proposte, “concrete e semplici da realizzare”, per l'uscita dall'isolamento. Primo, “vengano consentite visite in sicurezza attraverso la fornitura di dispositivi di protezione all'ingresso e tamponi rapidi. Quando vado ospite alla Rai – ha raccontato Impagliazzo - entro con tampone rapido effettuato nelle 48 ore precedenti. Perché non farlo anche per consentire l'ingresso in queste strutture ai visitatori?”. Secondo, “siano prese in considerazione e tutelate le maggiori fragilità degli ospiti che non hanno legami affettivi: si consenta quindi il ritorno dentro le strutture di associazioni e volontari”. Terzo, “siano predisposti spazi adeguati interni e soprattutto esterni. È stato previsto per i ristoranti, perché non consentirlo nelle Rsa?”. Quarto, “le modalità delle visite siano adeguate: almeno 30 minuti, perché non bastano i cinque che tante concedono. E gli orari non siano troppo contingentati”. Quinto, “sia consentito agli ospiti vaccinati, che sono ormai una percentuale alta, l'uscita dalle strutture per visite mediche e, nel caso di autosufficienti, anche per attività quotidiane”. Sesto, “sia implementato il servizio di videochiamate e assistenza religiosa per chi lo chiede. Avanziamo queste proposte perché riceviamo voci di richiesta di aiuto, a volte strazianti, da parte di anziani che invocano apertura, incontro, socialità – ha concluso Impagliazzo - Rispondere di no sarebbe una follia”.

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