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Stop alle visite nelle Rsa: la solitudine di anziani e operatori, il dolore dei familiari

Intervista a Marco Trabucchi (Aip): “Per gli anziani, problemi di alimentazione, tra inappetenza e riduzione del sostegno. Così entrano nel tunnel, che passa dall'indebolimento muscolare e porta al rischio di cadute e ricoveri. E temo che gli operatori non reggano più”. Soluzioni? “In questo momento c'è troppo paura. Ma il blocco è una mazzata alla creatività”

21 ottobre 2020

ROMA – Non avevano potuto riabbracciare i propri cari, ma almeno avevano potuto rivederli: dopo mesi di separazione forzata, gli anziani delle strutture avevano rincontrati i propri figli, nipoti, parenti, spezzando quella solitudine che a cui il rischio del contagio li aveva condannati. Ora tutto torna a congelarsi: lo stop alle visite si impone in diverse regioni, ultima la Lombardia, lasciando di nuovo i familiari fuori dalle Rsa e delle case di riposo. Una misura (forse) necessaria, nel momento in cui si rischia una nuova “strage degli innocenti”, ma che avrà certamente un impatto drammatico non solo per gli anziani ospiti di queste strutture, ma anche per gli operatori e naturalmente per i familiari. Ne abbiamo parlato con Marco Trabucchi, presidente dell'Aip (associazione italiana psicogeriatria) che più volte in questo periodo ha lanciato l'allarme, evidenziando le pesanti conseguenze che la riduzione delle relazioni ha sulla saluta psicofisica dell'anziano stesso.

Le strutture tornano a es sere blindate. Quali saranno le conseguenze?
Stiamo arrivando, molto più velocemente di quanto non pensassi, a una chiusura generalizzata. Non possiamo sapere cosa succederà domani, quanto durerà questa situazione. Dobbiamo augurarci che grazie a questi blocchi non succeda quello che è successo: che la morte e il disastro facciano capolino in queste strutture. Intanto, è certo che questa nuova chiusura comporterà un grave disagio degli ospiti, con il manifestarsi di una sintomatologia che già abbiamo rilevato durante il lockdown: insonnia, agitazione, ansia, riduzione dell'alimentazione, rifiuto dei farmaci, desiderio di restare a letto. Gli anziani, privati delle relazioni, non dormono, vogliono uscire dalle stanze, chiamano, chiedono aiuto, non mangiano. In molte strutture, i familiari aiutavano a mangiare: ora si sommano inappetenza del paziente e riduzione dei supporti e la situazione rischia di essere drammatica. Con la riduzione dell'alimentazione, si riducono le forze la muscolatura e si verifica quella che tecnicamente chiamiamo sarcopenia, che può portare a difficoltà di deambulazione. Di conseguenza, aumenta il rischio di cadute e quindi di ricoveri: è un tunnel, quello in cui gli anziani entrano nel momento in cui vengono a mancare le relazioni affettive. E questo vale per tutti, sia per quelli con demenza sia per quelli perfettamente lucidi. Il sentire è diverso, più primitivo per gli anziani con demenza. Ma il dolore riguarda tutti.

E il personale? Come reagirà a questo nuovo isolamento?
Io credo che la capacità degli operatori di sostenere le difficoltà sia in parte compromessa: le persone che hanno lavorato e combattuto allo spasimo nei mesi scorsi, ora si trovano in una condizione di stress a posteriori. Il fatto di “tornare dentro” potrebbe causare molte crisi. La mia impressione è che, nella prima ondata, la capacità complessiva di reazione del personale sia stata di livello altissimo. Basti pensare che in molte strutture è come scomparsa la voglia di stare a casa: tutti erano al servizio, non c'erano più richieste di permessi. Ora non vorrei che la situazione presenti una connotazione diversa, indotta dalla stanchezza e dalla fatica di andare a lavorare quando si ha la morte nel cuore. Credo che nessun operatore onesto possa dire di non aver subito qualche “scottatura”. Sarebbe stato opportuno formare dei gruppi, degli incontri di supporto: ma sono cose che costano e chiedono tempo. Così, non è stato fatto.

Poi ci sono i familiari...
Loro soffrono tremendamente. La richiesta di alcuni di poter continuare a vedere i propri cari, pur con tutte le precauzioni necessarie, è giustificata e motivata e merita tutto il più profondo rispetto. In questo momento di grande paura ed emergenza, credo però che non ci sia spazio per accoglierla.

Si poteva fare qualcosa di più, per non tornare ad azzerare le relazioni?
A livello istituzionale, certamente sì: occorreva aumentare le risorse e soprattutto il personale, oltre a fornire supporto agi operatori. Da parte loro, le strutture si stavano inventando qualcosa, chi ricavando nuovi spazi, chi installando nuove barriere protettive, chi disponendo un aumento delle protezioni durante le visite. Questo blocco imposto dalle regioni ha però spento ogni slancio creativo, per il quale in questo momento non c'è spazio, Mi auguro che, quando ci sarà una maggiore serenità, si torni a inventare soluzioni. Ci sono familiari che si dichiarano disposti a sottoporsi a tampone ogni volta che devono entrare nella struttura: certamente è una proposta interessante e sensata. Ma, ripeto, in questo momento l'allarme è troppo alto.

Le strutture per anziani, così come quelle per minori e per disabili, sono a volte luoghi di abusi, tanto che si è arrivati a una proposta di videosorveglianza. Lasciar fuori i familiari non rischia di aumentare il rischio, se non di violenza, almeno di incuria?
Bisogna fare innanzitutto una distinzione: ci sono contesti, come la Lombardia e l'Emilia—Romagna, in cui ho assoluta certezza che l'anziano in struttura non sia maltrattato. E' un sistema che funziona, anche grazie al controllo tra colleghi, per cui il comportamento omertoso non esiste. Diversamente, ci sono contesti in cui lo sfruttamento e la mancanza di controllo generano il rischio di abusi. In entrambi i casi, la periodica presenza del familiare rappresenta certamente uno stimolo e un incentivo a far bene e far meglio.

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