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Una casa al piano terra per Simone: il sogno (e il debito) della mamma caregiver

Simone ha una grave disabilità e da 16 anni non può uscire di casa, prigioniero al settimo piano di un palazzo con un ascensore troppo piccolo. La mamma, Sara Bonanno, lo assiste 24 ore su 24. Per ottenere la casa (popolare) al piano terra, deve saldare un debito con il Comune di quasi 6 mila euro. Grazie alla solidarietà è riuscita a pagare. E ora aspetta il verdetto...

25 gennaio 2020

ROMA - Dove le istituzioni falliscono, la solidarietà vince. Dove la disabilità impoverisce e la burocrazia si accanisce, la salvezza (perché proprio di salvezza si può parlare) arriva dalla società civile. Sara Bonanno, mamma e caregiver a tempo pieno di Simone, un ragazzo con una gravissima disabilità e del tutto non autosufficiente, ha saldato il suo debito con il comune di Roma e ora – probabilmente, ma l'ultima parola non è ancora stata pronunciata – avrà diritto a quell'alloggio al piano terra che sta sognando ad occhi aperti. Una casa popolare, come quella in cui oggi vive con Simone, ma che finalmente non sarà una prigione ma gli permetterà di uscire ed entrare. Cosa che da anni non è possibile: da quando Simone è diventato “intrasportabile”, perché la sua barella non entra nell'ascensore del palazzo in cui vive con la mamma, al settimo piano. Sono anni che prende aria soltanto in balcone: anche questo, grazie soltanto al lavoro volontario di un amico falegname, che ha allargato l'apertura della finestra, permettendo a Simone di varcare almeno quella soglia.
 

Una casa per Simone

Sara non può permettersi una casa, che non sia “popolare”, perché il suo essere caregiver è incompatibile – come spesso accade – con un lavoro fuori casa. Era assistente sociale, ma abbandonato la sua professione, per mettere il suo tempo, le sue competenze e le sue energie al servizio di Simone, che non può essere lasciato solo neanche un istante. Il sostegno economico che riceve il figlio per via della sua invalidità completa naturalmente non è sufficiente: le spese sono tante: solo per i farmaci, se ne vanno 700 - 800 euro al mese. Sara riceve anche l'aiuto della Caritas, per non far mancare a sé e suo figlio cibo e vestiti. Per fortuna, ha diritto a una casa popolare: peccato che sia al settimo piano di un palazzo con un ascensore troppo piccolo per la barella da cui Simone non può alzarsi. Peccato che da qui Simone non riesca a uscire mai. Per questo, Sara da tempo sogna una casa al piano terra, dove suo figlio possa riconquistare un minimo di libertà e, naturalmente con il suo aiuto, sia in grado di uscire, ogni tanto, a prendere una boccata d'aria. Quella casa da qualche tempo esiste, è nella lista degli alloggi disponibili del comune di Roma. Sara la punta, la sogna, fa richiesta. Ma c'è un ostacolo, l'ennesimo ostacolo in questa battaglia quotidiana per la dignità e la libertà di suo figlio: un debito con il comune di Roma.
 

Il debito con il Comune

5.584 euro: tanti sono i soldi che il Comune esige da Sara (e Simone, naturalmente) prima di concederle quella casa. Una somma che adesso paga – con fatica – rateizzata, ma che dovrà versare interamente entro la fine del mese, per poter aggiudicarsi l'immobile di proprietà dell'Ater. Ma qual è l'origine di tale debito? Sara lo spiega così: “L'assistenza per le persone con disabilità viene rimborsata a seguito di rendicontazione dal comune di Roma. Quindi il familiare o la persona con disabilità anticipa il pagamento dell'assistente ed il Comune dovrebbe poi rimborsare regolarmente. Dovrebbe, appunto: a parte il fatto che la quota rimborsata è residuale e che per assistere una persona come Simone ci vuole nella realtà almeno il doppio di ciò che viene stanziato. Ma la cosa in assoluto più grave è che questi soldi, stanziati nel bilancio annuale del Comune di Roma, in realtà non vengono dati mai regolarmente dai municipi. Mai – ribadisce - Quindi sono anni che mi trovo a dover decidere non solo se pagare l'affitto (un affitto calmierato, che riuscirei a pagare tranquillamente se avessi una situazione 'normale') ,se pagare le bollette, se mangiare oppure se pagare l'assistenza e le medicine a Simone. Ovviamente l'assistenza e i farmaci per Simone hanno sempre avuto la precedenza. E così io ho cominciato a indebitarmi. Mi angosciano questi debiti, perché sento sempre dentro di me l'opinione di mia madre verso chi fa debiti, ma non ho potuto fare altrimenti, perché questi debiti li ha determinati il Comune di Roma”.
 
Senza contare il fatto che sono ripetutamente andata in causa proprio per il blocco dell'assistenza che Simone ha subito più di una volta. Tuttora sono in causa contro il Municipio, che si rifiuta di applicare la Sentenza del Consiglio di Stato che riguarda proprio Simone e che sancisce l'obbligo del municipio di garantire sempre l'assistenza a Simone. Mentre sono tre mesi che l'assistenza è interrotta. E io mi indebito: ecco spiegato il motivo. E come me ci sono tantissime persone con disabilità e famiglie strozzate dai debiti creati proprio da quelle istituzioni che dovrebbero supportarci e che invece finiscono per diventare dei persecutori”.
 

La raccolta fondi

Sara è però abituata a combattere per i diritti di suo figlio: così ha messo i suoi problemi “in piazza”: la piazza virtuale, quella dei social, da qui riesce, nonostante l'isolamento fisico e la condizione di “arresti domiciliari” in cui si trova, a comunicare con tanti. “Dopo 16 anni di lotte e ben 10 anni in cui mio figlio non esce di casa, si è aperto uno spiraglio che rischia di chiudersi subito – ha scritto su Facebook una settimana fa -: una casa al piano terra. Ma per averla devo saldare subito un debito rateizzato con il Comune di Roma. Pagare in due settimane quello che con fatica sto cercando di pagare in 10 anni. Non ce la faccio, non ho alcuna possibilità di farcela ma di quella casa Simone ha un bisogno estremo. Per questo chiedo a chi può di aiutarmi”. Il suo appello è stato raccolto e rilanciato anche dalla giornalista Rai Isabella Schiavone, che sul suo blog ha pubblicato il post “Un raggio di sole per Simone”, lanciando una raccolta fondi tramite l'associazione “Oltre lo sguardo onlus”. La somma è stata raggiunta in poche ore, il bollettino è stato pagato, il debito salato. E a Sara è stata recapitata la convocazione per il cambio alloggio, il 24 gennaio presso il Dipartimento politiche abitative. “Ora comincia a sembrarmi tutto vero!”, esultava su Facebook, accanto alla fotografia della lettera appena ricevuta. E aggiungeva: “Stop alle donazioni, la cifra è stata raggiunta e ce n'è anche per il trasloco!”. Proprio in queste ore Sara riceverà dal Comune l'atteso verdetto: fino all'ultima, definitiva parola, la prudenza è d'obbligo. Ma almeno, adesso, “inizia a sembrare tutto vero”.

di Chiara Ludovisi

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