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Dopo di noi in Lombardia, Ledha: “La legge non sta risolvendo il problema per cui è nata"

Il commento di Giovanni Merlo, direttore regionale di Ledha, ai dati sull'applicazione della legge 112 del 2016 in Lombardia. "Le famiglie anziane, con un disabile adulto, non stanno raccogliendo l'opportunità offerta. Bisogna inventarsi qualcosa per coinvolgerle"

13 gennaio 2020

MILANO - "Le legge sul 'Dopo di noi' offre un'opportunità, ma le famiglie anziane, con un disabile grave in casa, non la stanno raccogliendo. Bisogna inventarsi qualcosa perché siano anche loro coinvolte". Per Giovanni Merlo, direttore di Ledha Lombardia, "il problema di fondo è culturale, non solo di queste famiglie, ma anche della società civile e delle istituzioni". Come emerge dai dati raccolti sull'applicazione della legge 116 del 2016 (vedi articolo correlato, ndr), in Lombardia tra chi ha chiesto un sostegno gli over 50 sono il 19,1%, mentre gli under 30 arrivano quasi al 30%. Inoltre  il 42% di chi ha presentato la domanda ha padre e madre con età tra i 50 e i 64 anni, mentre solo il 21% ha genitori over 70.
 
"L'applicazione delle legge sul dopo di noi non ha per ora risolto il problema per cui è nata la legge stessa, ossia aiutare i tantissimi disabili adulti che vivono in famiglia con genitori anziani  a crearsi un progetto di vita", sottolinea Giovanni Merlo. Il fatto che siano i giovani a cogliere l'opportunità offerta dalla legge "è comunque un fatto molto positivo", ci tiene a precisare. Il passo ulteriore ora è quello di arrivare ai disabili adulti. "Tutto questo ci dimostra che non basta stanziare fondi e offrire servizi - aggiunge il direttore di Ledha Lombardia - . Sono la premessa indispensabile e ben venga quel che ora c'è, ma il distacco dalla famiglia richiede uno sforzo psicologico notevole sia da parte dei genitori che da parte della persona disabile. La legge sul Dopo di noi comporta una proattività da parte delle famiglie, ma se si tratta di persone anziane è molto difficile che si diano da fare. Per 40 anni gli è stato detto che solo loro potevano capire le esigenze del figlio disabile, che nessuno meglio di loro poteva accudirlo. È chiaro che fanno fatica a cambiare mentalità, anche se sentono tutta la fatica e si rendono conto che nel giro di pochi anni non saranno più in grado di accudire il figlio". 
 
Le resistenze non sono solo nelle famiglie. "Anche nelle istituzioni spesso incontriamo un concetto di welfare incentrano solo sulla famiglia - aggiunge Giovanni Merlo -. E quindi di fatto tutto è demandato alla famiglia, alla quale non solo si chiede di metterci i soldi, ma anche di farsi carico di ogni aspetto della presa in carico di una persona disabile. Anche quando quest'ultima è adulta e ha diritto a vivere una vita autonoma, che è possibile però solo se è sostenuta dalla società civile e dalle istituzioni".

di Dario Paladini

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