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Tragedia di Orbassano, Anffas Torino: “È il dramma delle famiglie lasciate sole”

La mamma che uccide la figlia con disabilità al culmine della disperazione pone con urgenza il tema del dopo di noi a istituzioni e servizi. Necessaria una progettazione condivisa che tenga conto dell’aumento dell’aspettativa di vita e coinvolga tutti, dalle famiglie alle istituzioni, per un piano individualizzato

9 dicembre 2019

ROMA – Progetti individualizzati, che mettano insieme, a partire appunto dalla progettazione, famiglie, istituzioni, servizi sociali, operatori: solo così si potrà capire cosa sia meglio per la persona disabile e quali risorse si possano individuare per assicurarne un futuro sereno. Lo rimarca Anffas Torino dopo la tragedia di Orbassano: Maria Capello, madre 85enne, non ha più retto alla fatica e al pensiero della prospettiva di incertezza per il futuro della figlia Silvia, 42enne con grave disabilità intellettiva e fisica, e l’ha uccisa a colpi di martello, nella camera da letto della casa al sesto piano del piccolo centro piemontese. La madre qualche mese prima si era rotto il femore e, quando Silvia è stata ricoverata per due mesi in una struttura a Collegno, i genitori avevano cercato qualcosa di più vicino alla loro abitazione. Anzi, Maria ha chiesto una soluzione che potesse farla restare accanto a sua figlia e che potesse rappresentare un piccolo sollievo a quella fatica senza tregua, a quella morsa di amore e paura continua che, con l’avanzare dell’età, sovrastava il pensiero di ogni momento: ricoverarsi insieme in una stessa struttura che potesse seguirle entrambe. Ma la risposta che Maria si era sentita dare è che strutture simili non esistono: lei non poteva andare in un polo per disabili e Silvia non avrebbe trovato assistenza adeguata in una Rsa.
 
“La vicenda pone drammaticamente all’attenzione di tutti alcuni temi che non possono più essere tralasciati - interviene Anffas Torino -. L’invecchiamento delle persone con disabilità e delle loro famiglie è un tema che da anni l’associazione Anffas pone alle istituzioni, e che ora diviene di drammatica attualità via via che il miglioramento delle condizioni di vita e del trattamento socio-sanitario aumenta l’aspettativa di vita: se venti anni fa, per esempio, l’aspettativa di vita per le persone con la sindrome di Down era di 59 anni, ora si aggira sugli 80, andando a sfiorare l’aspettativa di vita media delle persone senza disabilità (84,2 anni)”.
 
Per il presidente di Anffas Torino, Giancarlo D’Errico, “come sempre l’anello debole è la famiglia: nessuno, purtroppo, neanche lontanamente pensa di annoverare tra i servizi alle persone anziane quelli relativi alla gestione di un figlio con disabilità. Eppure ormai l’aspettativa di vita di una persona con disabilità sfiora quella di una persona senza disabilità e le sue esigenze non diminuiscono certo, anzi aumentano, con il procedere degli anni. Per quanto riguarda i servizi, invece, si cerca di capire se le persone anziane abbiano necessità di una istituzionalizzazione in Rsa, non se debbano affrontare relazioni complesse con un parente, ormai adulto se non addirittura anziano anche lui, con disabilità. L’atto della mamma di Orbassano è la manifestazione evidente dell’angoscia di tanti genitori che sentono di essere alla fine della loro vita e temono per il futuro dei propri figli, una volta soli. E scelgono di farla finita. Questa situazione pone un enorme accento sul ‘dopo di noi’: che ne sarà delle persone con disabilità adulte e anziane, una volta persi i genitori? Non c’è una risposta univoca, ma un progetto individualizzato che metta insieme, a partire dalla progettazione, famiglie, istituzioni, servizi sociali, operatori, per capire che cosa sia meglio per la persona e quali siano le risorse che si possono individuare per assicurarne un futuro sereno”.

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