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Affido e disabilità, quel cammino tortuoso che lascia i bambini in comunità

La denuncia di una mamma affidataria, ex operatrice socio assistenziale: “La disabilità non mi spaventa e ho scelto di accoglierla in famiglia. Ma quanta fatica per riuscire ad avere il primo affido. Ora sto provando a fare il bis, ma gli ostacoli sono sempre lì”. E scrive ai giudici

14 ottobre 2019

ROMA - Troppi bambini con disabilità, tanti al di sotto dei sei anni “stazionano in attesa, in un limbo, in comunità, per anni. Per quanto ben strutturate e gestite, niente hanno delle caratteristiche che servono ai bambini per crescere amati e curati”: la denuncia arriva da una mamma affidataria, una delle “MammeMatte” pronte ad accogliere, assistere ma soprattutto amare come un figlio proprio uno o anche più di questi bambini. La strada però è tutt’altro che semplice, la via tutt’altro che breve. Anche quando, alla porta del tribunale e della comunità, bussa una famiglia motivata, che ha tutte le carte in regola e un forte desiderio di dare a quel bambino l’attenzione di cui ha bisogno.
 
Ed è proprio ai giudici dei Tribunali per i Minorenni che la donna si rivolge, indirizzando loro una lettera: “La legge dice che da zero a sei anni è l'affido familiare la giusta soluzione per un bimbo la cui famiglia di origine non sia in grado di seguirlo. Ma questa legge è disattesa”, denuncia. E lo dimostra la sua storia. “Sono mamma affidataria di un ragazzino con ritardo cognitivo, vive con noi da due anni e mezzo e ha fatto molti miglioramenti: lo scorso anno il logopedista valutava le sue capacità al pari di un bimbo di quattro anni e mezzo, quest'anno legge, fa basket (all'inizio non riusciva a palleggiare nemmeno con una mano adesso lo fa con tutte e due e mentre corre), fa musica insieme ad altri bambini: non diventerà Beethoven, ma lui ama la musica e questo a noi basta”.
 
In famiglia, insomma, ha fatto grandi progressi, Ma “per riuscire a toglierlo dalla comunità dove viveva c'è voluto un anno di burocrazia e tanta rabbia, perché quando ci lamentavamo delle lungaggini la risposta era: 'mica è in pericolo: in comunità ci vive bene'. Ai bambini però corre il tassametro della vita, non rimangono bambini per sempre ed il tempo perso non si recupererà, dico io”.

Quando posso venire a vivere con voi?

L'esperienza è così positiva che la famiglia ha pensato di fare il bis: “Dopo attente valutazioni, ci siamo resi disponibili ad accogliere un altro bambino, più grave perché non parla e non cammina e forse non lo farà mai. Essendo io un operatore socio sanitario e non lavorando più, la disabilità non mi fa paura: è vero sono vecchietta, ho 50 anni, ma la volontà di aiutare ed il cuore grande per amare non mi mancano e ho anche le forze e la famiglia intorno. Mia figlia, ormai grande, è disposta nel futuro a farsi carico sia del primo bambino (se non dovesse rientrare in famiglia) che di questo secondo, se mai arrivasse”, scrive.
 
La situazione però non è cambiata, la burocrazia non si è snellita, né i tempi di attesa si sono abbreviati: “Non siamo ancora riusciti a capire se quel bambino arriverà mai da noi – riferisce - ma sappiamo che è in comunità e ciò ci fa soffrire. Per i bambini le perdite di tempo sono importanti: mesi, anni di immobilismo”. Di qui l'appello: “Cari giudici, vorremmo capire perché debba rimanere in comunità. Se non ci ritengono idonei sul lungo periodo, perché intanto non lo fanno vivere con noi, in attesa di una famiglia che lo voglia adottare? In comunità – racconta - vive lontano dagli altri bambini, perché avendo il sondino ritengono pericoloso farlo stare con gli altri. Ed essendo un bambino scarsamente reattivo, nessuno interagisce con lui. A me questa storia toglie il sonno”, confida la donna. E racconta: “Quando ho portato a casa con me il primo bimbo, una sua amica, un po' più grande, che viveva anche lei in comunità, mi ha detto: 'Portami via con te, ho le scarpe, posso venire'. Mi sono allontanata da lì con un magone così grosso da spegnere anche la gioia che provavo mentre tornavo a casa con mio 'figlio'. Spero che queste mie parole siano in qualche modo utili a smuovere qualche coscienza”, conclude.

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