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Famiglie (adottive) senza barriere: quando la disabilità non fa paura

Nel 2016 le domande di adozione nazionale sono state più di 8.300, ma solo sette di queste erano aperte anche a minori con disabilità: oggi in Italia circa 424 bambini con bisogni speciali risultano adottabili, ma per loro è difficile trovare una mamma e un papà. Eppure c’è chi è sicuro: “Per ogni piccolo c’è almeno un genitore pronto ad accoglierlo nella propria vita”

6 giugno 2019

BOLOGNA - La loro esperienza è simile a quella di tante coppie: il matrimonio, la decisione di “allargare la famiglia”, i figli che non arrivano e la scelta dell’adozione. "Abbiamo fatto richiesta al Tribunale di Milano per l’adozione nazionale e per quella internazionale, i percorsi coincidono fino a un certo punto", raccontano Andrea e Veronica Bartino, della provincia di Como, a Laura Pasotti, giornalista di Redattore sociale e autrice dell'inchiesta sulle adozioni speciali, pubblicata su SuperAbile Inail. Per due volte Andrea e Veronica si sono dovuti sottoporre alle indagini dei servizi sociali, perché "la prima volta, secondo loro, non eravamo pronti. Non avevamo ancora elaborato il lutto per la sterilità". Un anno dopo il secondo tentativo, andato a buon fine.
 
Il decreto di idoneità del Tribunale è arrivato nell’ottobre 2013 e la famiglia Bartino ha scelto di mantenere aperte entrambe le strade, nazionale e internazionale, dando mandato per quest’ultima ad Aibi (Amici dei bambini) – organizzazione attiva dal 1986 e costituita da un movimento di famiglie adottive e affidatarie, nonché ente autorizzato per le adozioni internazionali –, che ha proposto loro la Cina. "Siamo stati contattati tre volte dal Tribunale per un’adozione in Italia ma i colloqui, tutti generici, non hanno portato da nessuna parte", spiegano. "Nel frattempo, i documenti erano stati inviati all’Autorità centrale cinese, che ci ha chiesto di ritirare la domanda in Italia. E vista la situazione incerta sul nazionale, abbiamo revocato la disponibilità". L’attesa prospettata ad Andrea e Veronica da Aibi era di dieci mesi. Ne erano già passati 15 quando, nell’ottobre 2015, è stato proposto loro l’abbinamento con Tong, 18 mesi, albino e ipovedente.
 
"Aibi chiede la disponibilità alle coppie di accettare problematiche sanitarie standard, quelle che da noi sono considerate risolvibili. Altri enti invece consegnano alle coppie una lista di patologie. A noi non è stata presentata alcuna lista, non ci sono state rivolte richieste particolari. Ci hanno prospettato delle possibilità e noi abbiamo detto fin dove ci sentivamo di arrivare", spiegano. "Ci hanno dato tempo per decidere, senza farci pressioni ma ricordandoci che la decisione avrebbe dovuto rappresentare un momento di gioia e non di ansia".
 
Un aiuto è arrivato dagli incontri con altre coppie in attesa, insieme alla psicologa di Aibi, "un percorso molto utile, da cui sono nate amicizie che proseguono anche oggi". L’attesa è stata difficile, "aspettando che il telefono squillasse e facendosi mille domande sulle problematiche del bambino. Come ci ha detto Cristina Legnani di Aibi, si aspetta più una malattia che un bambino". Ma quando Andrea e Veronica hanno incontrato Tong, "l’ansia è svanita, perché a quel punto ci siamo trovati di fronte un bambino, mentre tutto il resto è passato in secondo piano".
 
Il primo incontro con quello che sarebbe diventato loro figlio è stato poco romantico, ammette la coppia, in un ufficio dell’Autorità centrale cinese: "Siamo arrivati di venerdì, la domenica abbiamo conosciuto Tong e la sera stessa, dopo avere espletato alcune pratiche burocratiche, l’abbiamo portato in albergo con noi. Cinque giorni dopo eravamo in Italia". Tong ancora non parlava e gattonava a fatica, "era un po’ in ritardo per la sua età, fino a quel momento era stato in un istituto con altri 800 bambini". Dopo sei mesi, ha iniziato a parlare in italiano e a camminare. "Al momento la patologia di Tong è un problema relativo, che richiede solo alcune attenzioni, come gli occhiali da sole o la crema solare quando esce", spiegano il papà e la mamma. "Adesso va all’asilo, forse quando andrà a scuola sorgeranno altri problemi, ma per ora la viviamo molto serenamente".
 
Il momento più delicato? "Con Aibi non ci siamo mai sentiti abbandonati, né prima né dopo. Un po’ più difficile è stato il rapporto con i servizi sociali: con loro ci siamo sentiti dei numeri durante l’indagine, ma anche gli incontri post-adozione non sono stati molto utili. Invece continuiamo a frequentare un gruppo di famiglie che hanno adottato in Cina: Tong è uno dei più piccoli (compirà cinque anni a maggio), gli altri invece hanno setto e otto anni. Per noi è come vedere il futuro in anticipo". (lp)

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