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Parma, 45% dei medici ha subito un episodio di violenza durante il turno

È quanto emerge da un'indagine somministrata agli operatori di Guardia medica nel parmense su condizioni organizzative e sicurezza delle sedi. Un terzo non denuncia per paura. L'87% dei medici si sente in pericolo: chiedono sedi meno isolate e sistemi di videosorveglianza

28 gennaio 2019

PARMA - Gestualità intimidatoria, aggressività verbale, qualche caso di violenza fisica. "Purtroppo negli ultimi anni si è registrata un’escalation di insofferenza, in particolare nei confronti dei medici di continuità assistenziale, di Pronto soccorso e dell’emergenza-urgenza territoriale, con episodi ingiustificabili. Voglio ricordare che il cittadino che usa violenza contro il medico esercita violenza contro il sistema salute e quindi anche contro il proprio interesse e il proprio benessere", denuncia Pierantonio Muzzetto, presidente dell'Ordine dei medici e degli odontoiatri della provincia di Parma (Omceo).
 
Sono questi i principali risultati dell'indagine conoscitiva somministrata agli operatori di Guardia medica circa le condizioni organizzative e la sicurezza delle sedi lavorative e gli episodi di violenza occorsi durante il servizio. I dati sono stati presentati questa mattina a Palazzo Soragna nel corso del convegno "Sicurezza degli operatori e nelle sedi di continuità assistenziale nella provincia di Parma”, organizzato dall’Ordine dei medici di Parma e dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri italiani. Obiettivo, far conoscere l'entità del fenomeno all'hinterland e alle istituzioni. "Questi dati fotografano una tendenza preoccupante: è necessaria un'azione comune per tutelare l'integrità, il decoro e l'autonomia decisionale dei professionisti", continua Muzzetto.
 
Il questionario è stato sottoposto a tutti i medici di Guardia medica della provincia (circa 160, ha risposto il 40 per cento). I risultati? Quasi un medico su due - il 45 per cento - ha subito almeno un episodio di violenza durante il turno: 2 hanno subito violenza fisica, 5 gestualità intimidatoria e 31 aggressività verbale. La prepotenza contro gli operatori sanitari non mostra una chiara tendenza di genere. Gli episodi di violenza sono distribuiti equamente: 11 hanno riguardato gli uomini (su 25 aderenti all’indagine) e 16 le donne (su 36 aderenti all’indagine).
 
"Il momento più a rischio sono i turni notturni", ha spiegato Lavinia Talamona, medico di medicina generale e componente della Commissione giovani dell’Ordine di Parma. L'ambiente più a rischio è l'ambulatorio, rispetto all'assistenza domiciliare, telefonica o all'attivazione del 118. Tre episodi di violenza su 4 sono avvenuti nelle ore notturne. Alla domanda "Ti sei mai sentito in pericolo durante lo svolgimento del turno?", l’87 per cento del campione ha risposto positivamente. "Purtroppo un terzo dei fatti di violenza non è stato confessato a nessuno e la maggior parte dei medici che hanno segnalato episodi di violenza non ha ancora percepito modificazioni significative delle condizioni della sede volte a ridurre il rischio dopo le aggressioni", denuncia Muzzetto. Secondo il presidente Omceo, chi non denuncia lo fa per paura e disagio.
 
Ma cosa c'è dietro queste aggressioni? In primis, secondo Muzzetto, una grande sfiducia: "La nostra sanità è vituperata. Molti pazienti sono sfiduciati, partono già certi di non poter ssere aiutati. Certo le campagne denigratorie nei nostri confronti non alleggeriscono illima. Io, invece, voglio sottolineare che la sanità italiana è tra le migliori: da tutto il mondo chiedono i nostri giovani, perché eccellenti. Certo, ci sono delle difficoltà: la nostra burocrazia, per esempio. Ma, se c'è serenità, a tutto c'è rimedio". Muzzetto indica tra le cause di questa intolleranza crescente anche la facilità di denuncia "anche per fatti inesistenti. L'obiettivo, chiaramente, è ottenere un risarcimento".
 
 I medici coinvolti hanno segnalato alcuni accorgimenti che potrebbero migliorare le loro condizioni di lavoro. Cosa chiedono? Sedi meno isolate, magari inserite in presidi ospedalieri, presso sedi di volontariato o vicino a caserme; presenza di volontari soprattutto per accompagnare il medico nelle domiciliari; videocitofono, telecamere di sorveglianza, allarmi collegati con 112/113; registrazione delle telefonate; auto di servizio con monitoraggio degli spostamenti; collaborazione con le Forze dell’Ordine. "Pur non essendo quella di Parma una situazione tra le più preoccupanti, rispetto ad altre province, stiamo cercando di trovare strumenti di comunicazione che, da un lato, offrano una corretta informazione e, dall’altro, consentano ai nostri medici di garantire le giuste cure in tranquillità nella quotidianità dell’urgenza e dell’emergenza", conclude Muzzetto.

di Ambra Notari

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