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Quando la disabilità fa “premere il grilletto” a un padre: la responsabilità è “sociale”

A Forlì, un uomo di 73 ha ucciso la figlia 46enne, gravemente disabile. La riflessione “a caldo” di Marina Cometto, mamma anziana di una donna disabile ormai adulta. “Non si gridi allo Stato assassino: sono sopratutto amici, vicini e parenti a dover farci sentire meno soli, aiutandoci a non temere il futuro”

12 aprile 2018

ROMA – Il “Dopo di noi” è da poco una legge e un fondo, ma da sempre e ancora è per molti soprattutto una drammatica preoccupazione. Ed è forse una delle cause che ha fatto premere il grilletto a un padre di 73 anni, questa mattina a Forlì, dopo aver rivolto la pistola contro la figlia 45enne, gravemente disabile fin dalla nascita e prima di puntarsela contro, tentando il suicidio. Le cause sono tutte da verificare e forse non si sapranno mai, perché è difficile attribuire un gesto del genere a un preciso motivo. Le prime indiscrezioni parlano di motivi economici, incapacità di pagare l'assistenza di cui la figlia aveva bisogno. Si parlerà di “disperazione”, di “solitudine”, di “Stato assassino”: formule ormai quasi convenzionali per commentare (ed esorcizzare) casi come questo. Perché non è la prima volta che un genitore pone fine alla vita di un figlio con disabilità. Accade, specialmente quando il genitore non è più giovane e il figlio è ormai adulto.
 
Marina Cometto ha più o meno l'età di quel padre: sua figlia Claudia, gravemente disabile dalla nascita, ha all'incirca l'età di quel figlio. Due genitori ormai avanti con gli anni, che ogni giorno, da più di 40 anni, si fanno carico dell'assistenza, dell'accudimento, ma anche della crescita e della serenità di una figlia che da bambina è diventata donna. Abbiamo chiesto a questa mamma di indicarci, dal suo privilegiato punto di vista, come possa accadere un fatto del genere: se sia colpa davvero di uno Stato inadeguato e quindi “assassino”, o se dipenda da una fragilità connaturata a questa condizione. Ci ha offerto un'altra chiave di lettura: per lei, la causa è “sociale”.
 
“Per me la responsabilità non è solo dello Stato, che non ha assicurato l'assistenza o forse l'ha sospesa (non si è capito bene): la responsabilità maggiore credo sia di chi viveva vicino a questa famiglia: parenti,vicini di casa, insomma il 'vivere sociale' più prossimo. Tutti ora daranno la colpa allo Stato: ma se pure lo Stato anche facesse tutto ciò che le leggi prevedono, il dolore profondo che rimane latente in ognuno di noi genitori, che pure cerchiamo di superarlo ogni giorno, può in un momento di sconforto portare ad atti inconsulti”.
 
Questo accade soprattutto quando si diventa anziani: “allora ci tormenta il pensiero di cosa succederà dopo di noi. E se non si hanno affetti vicini e sinceri, se non si hanno vicini di casa che con un sorriso, con un invito, con qualche parola ci fanno sentire meno soli, allora questi atti continueranno. E ogni volta grideranno allo Stato assassino, mentre è la nostra natura umana più profonda che rimane sempre in un angolo fin quando, a volte, scoppia”.
 
E Marina Cometto conosce bene questa situazione, vivendola in prima persona: “Noi stiamo diventando anziani: mio marito ha 77anni, io 69, le forze stanno diminuendo e le esigenze di Claudia aumentano. Più passa il tempo e più mi preoccupo di lasciare tutto a posto per il 'dopo di noi' di nostra figlia. Ma noi siamo fortunati, abbiamo altri figli e saranno loro a occuparsene. Noi, per quanto possiamo, cerchiamo di non pesare troppo su di loro adesso, che siamo ancora in grado, pur con qualche fatica in più, di badare a noi stessi e a Claudia. Abbiamo impegnato gran parte della nostra vita per assicurare ai nostri figli presenza e serenità: agli altri per realizzarsi nelle loro aspirazioni, a Claudia per assicurarle una vita più lunga possibile e con la qualità migliore possibile. Dopo 45 anni, ancora oggi ogni giorno possibilità di miglioramento. Vedo i suoi miglioramenti, i segni piccoli o grandi di gioia che lei, a modo suo, ci trasmette. Allora, come potrei pensare che per lei sarebbe meglio la morte, dopo aver investito tutta la mia vita in questo? La vita è troppo importante, le piccole gioie che Claudia prova sono troppo evidenti per pensare di toglierle pure queste. Ci vorrebbero più umanità, comprensione e condivisione, da parte di chi è più vicino (parenti e amici, in primo luogo), perché tutti i genitori di ragazzi e adulti gravemente disabili riuscissero a cogliere queste possibilità. Così non perderebbero la speranza e sceglierebbero sempre, comunque, la vita e il futuro”. (cl)

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