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Permessi 104 - Il lavoratore che assiste più persone con disabilità

L’art. 33 della legge 104/92 prevede che la persona con disabilità grave possa essere assistita dal familiare che ne abbia i requisiti previsti dalla legge.

21 maggio 2021

L’art. 33 della legge 104/92 prevede che la persona con disabilità grave possa essere assistita dal familiare che ne abbia i requisiti previsti dalla legge.
Hanno diritto a fruire dei permessi lavorativi il coniuge, le coppie unite in unione civile (c.d. Legge Cirinnà), i parenti e gli affini entro il secondo grado. Con sentenza 213/2016 la Corte Costituzionale, tra i soggetti legittimati a fruire dei tre giorni di permesso mensile retribuito, ha annoverato anche il convivente di fatto (more uxorio).
La normativa prevede comunque la possibilità di estendere il diritto ai parenti ed affini entro il terzo grado in presenza di particolari condizioni.
Pertanto il familiare, con rapporto di lavoro pubblico o privato, anche a tempo determinato, ai sensi dell'art. 33, comma 3 della legge 104 può usufruire dei permessi nella misura di tre giorni mensili anche frazionabili in ore, indipendentemente dall’orario di lavoro.
L’articolo 6 del Decreto Legislativo 119 del 18 Luglio 2011, ha modificato il comma 3 dell’articolo 33 della Legge 104/92, nello specifico, la norma prevede che “il dipendente ha diritto di prestare assistenza nei confronti di più persone in situazione di handicap grave, a condizione che si tratti del coniuge o di un parente o affine entro il primo grado o entro il secondo grado, qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i 65 anni di età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.
Ricordiamo che, per effetto della Legge 20 maggio 2016, n. 76  (detta legge Cirinnà) le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso.
La possibilità di assistere più familiari con grave disabilità è pertanto possibile solo a condizione che si tratti del coniuge o di un parente o affine entro il primo grado o entro il secondo grado, qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i 65 anni di età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.
La cumulabilità non è ammessa in nessun’altro caso, in particolare non è mai possibile usufruire della pluralità di permessi per assistere un parente od affine di terzo grado.
Il Dipartimento della Funzione, nella circolare 13 del 6 dicembre 2010, intervenuta a seguito della legge 183/2010 (cosiddetto collegato lavoro) che ha modificato parzialmente la disciplina dei permessi conferma questa possibilità, dove al punto 3 leggiamo: ”le nuove norme non precludono espressamente la possibilità per lo stesso dipendente di assistere più persone in situazione di handicap grave, con la conseguenza che, ove ne ricorrano tutte le condizioni, il medesimo lavoratore potrà fruire di permessi anche in maniera cumulativa per prestare assistenza a più persone disabili […].
 
Ad onor del vero, la stessa circolare sottolinea diffusamente come una attività prestata nei confronti di più familiari con disabilità possa risultare non soddisfacente e come questo possa comportare disagi per la prestazione lavorativa e invita il lavoratore a considerare con attenzione questi aspetti.
 
COME ERA IN PRECEDENZA
Il Parere del Dipartimento Funzione Pubblica n. 13 del 18 febbraio 2008 affermava che, secondo un'interpretazione letterale dell'art. 20 della legge n. 53 del 2000, non pare configurabile la cumulabilità da parte dello stesso lavoratore dei permessi per assistere più persone disabili in stato di gravità nello stesso nucleo familiare. Infatti, ad avviso del dipartimento, i permessi  possono essere fruiti in riferimento ad un'unica persona disabile in quanto "un'assistenza resa con continuità è logicamente prestata in favore di una sola persona”.
Il parere aggiungeva che “le amministrazioni, nell'ambito del quadro sopra delineato e nell'esercizio della propria discrezionalità datoriale, debbano individuare a seconda delle circostanze che si presentano i presupposti per la concessione dei permessi”.

Relativamente alla definizione di “patologie invalidanti” e “mancanti” si legga quanto segue.
Patologie invalidanti
Per l’individuazione delle patologie invalidanti si fa riferimento al Decreto interministeriale 21 luglio 2000, n. 278 che regolamenta la fruizione dei congedi per eventi e cause particolari.
Si tratta nello specifico di:
1) patologie acute o croniche che determinano temporanea o permanente riduzione o perdita dell’autonomia personale, ivi incluse le affezioni croniche di natura congenita, reumatica, neoplastica, infettiva, dismetabolica, post-traumatica, neurologica, neuromuscolare, psichiatrica, derivanti da dipendenze, a carattere evolutivo o soggette a riacutizzazioni periodiche;
2) patologie acute o croniche che richiedono assistenza continuativa o frequenti monitoraggi clinici, ematochimici e strumentali;
3) patologie acute o croniche che richiedono la partecipazione attiva del familiare nel trattamento sanitario;
4) patologie dell’infanzia e dell’età evolutiva aventi le caratteristiche di cui ai precedenti numeri 1, 2, e 3 o per le quali il programma terapeutico e riabilitativo richiede il coinvolgimento dei genitori o del soggetto che esercita la potestà.
 
Come espresso nella Circolare INPDAP 14 febbraio 2011, n. 1 la sussistenza delle patologie invalidati dovrà risultare da idonea documentazione medica che dovrà essere acquisita e valutata dall’ufficio di appartenenza del richiedente.
Mancanti
L’espressione “mancanti” deve essere intesa non solo come situazione di assenza naturale e giuridica (celibato o stato di figlio naturale non riconosciuto), ma deve ricomprendere anche ogni altra condizione ad essa giuridicamente assimilabile, continuativa e debitamente certificata dall’autorità giudiziaria o da altra pubblica autorità, quale: divorzio, separazione legale o abbandono, risultanti da documentazione dell’autorità giudiziaria o di altra pubblica autorità.

Normativa di riferimento
  • Legge 5 febbraio 1992, n. 104 - "Legge - quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate." (Pubblicata in G. U. 17 febbraio 1992, n. 39, S.O.).
  • Circolare INPDAP - Direzione Centrale Personale Ufficio IV - 10 luglio 2000, n. 34 -  Legge quadro n. 104 del 5/2/1992 per l'assistenza, l'integrazione sociale ed i diritti delle persone handicappate. La disciplina di cui agli artt. 1, 3, 4, 33 e le innovazioni introdotte dagli artt. 19 e 20 della Legge n. 53 del 8/3/2000.
  • Circolare Dipartimento Funzione Pubblica 6 dicembre 2010, n. 13 - “Modifiche alla disciplina in materia di permessi per l'assistenza alle persone con disabilità - banca dati informatica presso il Dipartimento della funzione pubblica - legge 4 novembre 2010, n. 183, art. 24”.
  • Decreto Legislativo 18 luglio 2011, n. 119 - "Attuazione dell'articolo 23 della legge 4 novembre 2010, n. 183, recante delega al Governo per il riordino della normativa in materia di congedi, aspettative e permessi".
  • Legge 20 maggio 2016, n. 76: “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”.
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Immagine tratta da pixabay.com

di Giorgia Di Cristofaro

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