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"Non vi spaventate, è solo polvere", una storia di amianto dimenticata

Antonio, Nicola, Carlo e altri operai dell'Isochimica di Avellino hanno vissuto per anni a contatto con l'amianto dei vagoni ferroviari, tenuti all'oscuro della sua pericolosità, chiedono giustizia e riconoscimento pubblico. Il loro racconto nell'ultimo libro di Anselmo Botte

11 giugno 2014

ROMA - "Non vi dovete spaventare, non è altro che polvere". Con questa rassicurazione i due capotecnici delle FF.SS. addetti al collaudo e al controllo della lavorazione, si rivolgevano agli operai dell'Isochimica di Avellino, occupati nello smontaggio e nel rimontaggio di vecchie vetture ferroviarie, le cui intercapedini nascondevano un tipo speciale di isolante: tra i due e i quattro centimetri di amianto.

L'ultimo libro di Anselmo Botte "l racconto giusto. Storie di amianto e di operai all'Isochimica di Avellino" (Ediesse, 2014) riaccende l'attenzione sulla drammatica questione della contaminazione umana e dell'inquinamento dell'ambiente a causa di una mala gestione dello smaltimento dell'amianto. A raccontarsi sono i protagonisti, o meglio le vittime di questa intricata storia fatta di miseria, ignoranza, criminalità, connivenza e disumanità. La memoria e la storia non sono la medesima cosa, né tanto meno possiedono la medesima finalità. La memoria non aspira all'oggettività della storia, ma è in grado di rischiarare quelle zone d'ombra che la storia non rivela, fornendo la giusta complessità a una realtà a volte troppo semplificata. Tutto fuorché ovvie sono le parole, dense di rabbia e di frustrazione, di alcuni degli operai dell'azienda di Elio Graziani, noto alla cronaca per vari scandali e fallimenti, che negli anni '80 scoibentarono circa 3 mila carrozze delle Ferrovie dello Stato, rimuovendo senza un'adeguata protezione tonnellate di amianto: "Quintali e quintali di amianto, pensa che in una carrozza ci potevano stare fino a 1.200 chili di amianto, moltiplica per tremila e avrai l'idea di che cosa stiamo parlando - racconta Carlo, operaio - la più grande bonifica di rimozione dell'amianto fatta in Italia".

"Tutti brutti allo stesso modo". La giornata lavorativa si ripeteva sempre uguale: tra tutti, quello della scoibentazione vera e propria, è il momento ricordato con maggiore dolore e pena. Per anni hanno raschiato amianto solo con un fazzoletto sul naso o una mascherina di carta, una "stecca" per grattare e dell'acido per rimuovere il catrame. Non avevano la consapevolezza della pericolosità di quanto si stava realizzando. L'hanno scoperto dopo, molto dopo. Perché in quella fase nessuno gli aveva rivelato che quel materiale che andavano a togliere, sostituendolo con lana di vetro, anch'essa pericolosa, era estremamente rischioso per la salute. Poi, improvvisamente, l'epifania. Le prime notizie giungono da regioni del centro nord, dove già da molti anni si susseguono gli scioperi e si moltiplicano le lotte sindacali. Sono troppi gli operai morti (già 15, dice il libro) entrati in stretto contatto con l'amianto. I risultati delle prime accurate indagini sono drammatici: nessun dubbio sull'alta incidenza di cancri e mesoteliomi in persone particolarmente esposte. Si accende così anche tra gli operai dell'Isochimica una prima consapevolezza, che porterà alcuni, come Antonio, a licenziarsi. Se ne va definitivamente nel 1984, ma è già troppo tardi. Antonio non si è salvato dalla malattia, come non si sono salvati tutti gli altri contaminati: aver lavorato sei mesi o sei anni, indipendentemente dal ruolo o dalla mansione, è risultato irrilevante. Nessuno, né tra i dipendenti interni né tra quelli delle aziende collaboratrici, si è salvato. Centinaia le persone coinvolte. Ma in realtà neppure tutti gli altri possono considerarsi per certo immuni: forse non lo sono e non lo saranno neppure le persone semplicemente esposte, come i passeggeri transitati sulle vetture ferroviarie o le generazioni di studenti cresciute studiando in asili, scuole e atenei costruiti o ristrutturati con l'amianto fra gli anni Sessanta e Ottanta.

"L'amianto era ed è nell'aria". Non avendo capacità di spostamento perché troppo arrugginite, le prime vetture furono scoibentate in loco, all'interno della stazione ferroviaria di Avellino, a cielo aperto, lungo i due binari morti, che poco distavano dal popoloso Borgo Ferrovia. «Le polveri di amianto sono andate in circolazione per tutta la stazione, amianto di tipo blu, crocidolite, quello più pericoloso, ha la capacità di frammentarsi e di disperdersi in maniera incredibile - ricorda Antonio, uno dei primissimi capisquadra - Ti dico che quella polvere prendeva il volo. Hai presente la lanugine primaverile dei pioppi, ecco, era così, poteva fare chilometri». Ma l'amianto non è finito solo nell'aria, è stato calato anche sottoterra, ammassato sotto i capannoni, sversato nei fiumi, nelle campagne, dentro i boschi dell'Irpinia. «La sera insaccavamo l'amianto bagnato in dei bustoni con le mani e la mattina, quando tornavamo i bustoni non c'erano più - racconta Michele - Dopo che andavamo via noi evidentemente, la ditta... qualcuno li caricava per una destinazione che francamente non conosco».

Irpinia zona franca. La storia di questi operai riflette una storia più grande, quella di un territorio devastato dal terremoto del 1980, che ha fame, che è stufo della miseria che lo circonda e brama lavoro, è disposto ad accettare qualunque lavoro, incoscientemente ma comprensibilmente. L'Irpinia si è trasformata in una zona franca, terra di conquista di chicchessia. Elio Graziani è stato uno dei tanti che, con la connivenza degli enti pubblici, delle ferrovie dello Stato e di tutti coloro che avrebbero dovuto controllare e che quantomeno hanno omesso nell'informazione o hanno coperto disinformando, è riuscito a mettere in piedi un'azienda senza nessun controllo dal punto di vista amministrativo, burocratico, tecnico e ambientale. Non c'è stato nessun rispetto dei diritti dei lavoratori, ma ancor prima dei diritti umani: «L'Isochimica è una storia emblematica di come si può devastare la vita di persone in una zona depressa».

«Sono ammalato e contaminato, questo mi deve essere riconosciuto, altro non voglio sapere» Lo scorso 28 aprile si è celebrata l'VIII Giornata mondiale delle vittime dell'amianto, un'occasione per riflettere su un problema ancora attualissimo. L'Italia è stata uno dei primi Paesi al mondo a legiferare sulla materia, proibendone la produzione e la vendita ventidue anni fa, eppure l'eredità dei precedenti decenni resta una piaga che ogni anno presenta un conto sempre più salato. A oggi risulta difficile prevedere quando la curva delle vittime raggiungerà l'apice per poi ridiscendere, perché il mesotelioma pleurico è malattia dal decorso lunghissimo: per trenta quaranta anni le fibre si addormentano in fondo ai polmoni, ma una volta che si "svegliano" portano alla morte nel giro di pochi mesi. Questioni come il risanamento ambientale delle zone contaminate, lo smaltimento dei materiali contenenti amianto, l'avvio di un'efficace sorveglianza sanitaria ed epidemiologica per gli esposti e la garanzia di un riconoscimento pubblico e di un risarcimento per le vittime, attendono ancora una risposta. Ad attenderla ci sono anche Antonio, Michele e tutti i loro colleghi. (Chiara Donati)

(13 giugno 2014)

di d.marsicano

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