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Lavoro e disabilità, ecco i dati (pre-Covid) della nuova Relazione

Oltre 60 mila assunzioni nel 2018, triplicate rispetto a cinque anni prima. La Lombardia da sola occupa tante persone quanto l’intera macro area Sud e Isole. L’esito della IX Relazione sulla 68/99 curata da Inapp, inviata al Parlamento

18 febbraio 2021

ROMA - Arrivano segnali di ripresa, dal mondo del lavoro destinato alle persone con disabilità: segnali che però risalgono a troppo tempo fa, quando la crisi pandemica non era ancora neanche immaginabile. Si riferiscono infatti al triennio 2016-2018 i dati su lavoro e disabilità in Italia, contenuti nella IX Relazione al Parlamento sull’attuazione della Legge 68/99, realizzata dall’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), su mandato del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, nella quale si prendono in esame le norme per il diritto al lavoro dei disabili. Dati che testimoniano gli effetti positivi delle riforme introdotte nel 2015 nel sistema del collocamento mirato, sebbene solo parzialmente attivate.
I dati e le informazioni presenti nell’indagine evidenziano i progressi ottenuti nel corso degli anni anche sul versante della domanda del lavoro, sia pubblica che privata, nonché dei servizi di intermediazione e suggeriscono che la crescita nel tempo di avviamenti e assunzioni sia stata favorita, sia dall’adozione di percorsi personalizzati che hanno accompagnato l’inserimento delle persone con disabilità che da provvedimenti normativi di incentivazione e di semplificazione delle procedure di assunzione.
Gli approfondimenti sui diversi sistemi attuativi regionali, infine, restituiscono uno scenario che, con le consuete luci ed ombre che caratterizzano l’attuazione del collocamento mirato in Italia, conferma una crescita occupazionale su tutto il territorio, accompagnata da lacune infrastrutturali ancora diffuse e da sistemi di governance che, dove si sforzano di approcciare il problema con modelli di integrazione dei servizi e delle risorse finanziarie, riescono ad ottenere discreti risultati.
Bisognerà ora attendere la prossima Relazione per poter misurare l'impatto, certamente significativo, che la crisi pandemica avrà su questa fetta di mondo del lavoro. “La presentazione della IX Relazione avviene in una fase particolare della nostra storia – si legge nelle prime pagine del documento - Il mondo sta affrontando una pandemia i cui effetti non sono ancora sotto controllo a livello sanitario, ma le cui gravi conseguenze economiche, sociali e occupazionali, da subito molto pesanti anche per l’Italia, sono già oggetto di studi per l’elaborazione di efficaci politiche di rilancio. Maggiormente esposte si trovano le categorie di individui a rischio esclusione, per le quali i programmi e le strategie già disponibili, promosse dalle istituzioni nazionali ed internazionali e tese a scongiurare discriminazioni, ora richiedono misure correttive per essere adeguate ad un contesto profondamente mutato”. In tale contesto, la fotografia del triennio 2016 – 2018 vuole rappresentare anche “un punto di partenza, alla luce della crisi in corso, per una nuova fase di rinnovamento delle strategie di inclusione sociale e lavorativa in chiave non discriminatoria”.
DI seguito i principali temi affrontati nel documento da poco pubblicato.

La relazione, una storia di ritardi

Dopo il clamoroso ritardo dell’ottava relazione, basata sui dati 2014/15 ma pubblicata solo a inizio 2018, anche quest’ultima edizione, la nona, presenta dati che risalgono almeno a due anni fa: il lasso di tempo analizzato è cresciuto, arrivando a coprire un trienno, quello 2016-2018. Un documento, inviato alle Camere a metà gennaio 2021 da Nunzia Catalfo, ministro del Lavoro e Politiche sociali del governo Conte 2, che racchiude anche una novità: gli studiosi dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), che hanno curato l’indagine insieme ai tecnici della Direzione Generale per la lotta alla povertà e per la programmazione sociale del Ministero del Lavoro, infatti, hanno aggiunto alla consueta analisi dei dati trasmessi dalle Regioni e raccolti su base provinciale, anche un quadro che illustra la tendenza generale a partire dall’anno 2006. Un ritratto costruito con il supporto di metodi statistici che– attraverso l’imputazione dei dati mancanti – hanno consentito di superare le difficoltà dovute al diverso numero di province che nel corso degli anni hanno effettivamente inoltrato i dati a loro disposizione, e che permette oggi dunque di valutare l’andamento delle principali variabili del collocamento mirato nel corso di oltre un decennio.

733 mila iscritti al collocamento (a fine 2018)

A fine 2018, gli iscritti all’elenco del collocamento mirato (con una copertura di 99 province) risultava essere di 733.708 persone, in linea con i dati rilevati in precedenza. In tutte e tre gli anni si registra una minore presenza di donne rispetto agli uomini, confermando una situazione presente anche negli anni precedenti; le differenze non sono comunque così elevate da generare veri e propri squilibri di genere. Il 94% degli iscritti è rappresentato dagli invalidi civili, dato che si conferma costante, e più del 60% degli iscritti proviene dal Sud e dalle Isole.
Nel 2018, la condizione occupazionale degli iscritti al collocamento mirato è in prevalenza lo stato di disoccupazione: oltre la metà degli iscritti è in uno stato di immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione a misure di politica attiva del lavoro, concordate con il servizio competente. L’introduzione del patto di servizio personalizzato, previsto dall’art. 20 del D.Lgs. n. 150/2015, nel corso del triennio è stato messo a regime: dal 2016 si riscontra un incremento dell’attività di stipula e nel 2018 tutte le amministrazioni si sono adeguate alla norma. Gli stranieri iscritti superano in ciascuna delle tre annualità le 150.000 unità e rappresentano circa un quinto del totale degli iscritti dichiarati. Rilevante anche il dato sulle cancellazioni dagli elenchi, che nel 2018 raggiunge i 34.282 casi e le cui motivazioni prevalenti sono il trasferimento di iscrizione presso un altro elenco provinciale o il raggiungimento dell’età pensionabile.

In tre anni 40 mila avviamenti, avanti il Nord

Gli avviamenti al lavoro presso datori di lavoro pubblici e privati comunicati nel 2016 sono stati 28.412, divenuti 34.613 nel 2017 e infine 39.229 nel 2018 (il 40% riguardano donne). In tutto il triennio il settore privato assorbe il 96% degli avviamenti complessivi. In generale, “l’andamento degli avviamenti mostra un evidente trend positivo nell’ultimo quinquennio, tra il 2014 e il 2018 – si legge nell’indagine - che appare in linea con le tendenze generali del mercato del lavoro, verosimilmente favorito anche dai processi di riforma normativa introdotti dal D.Lgs. 151/2015”.
I numeri, lontano dal corrispondere alle richieste espresse dalle persone con disabilità in cerca di occupazione . si legge ancora nella Relazione - testimoniano di un impegno da parte degli attori del sistema che appare accresciuto negli anni, anche in considerazione dei processi di semplificazione introdotti dal legislatore”. E il riferimento è anzitutto all’obbligo, entrato completamente in vigore nel 2018, dell’assunzione di un lavoratore con disabilità nelle aziende private che occupino da 15 a 35 dipendenti.
Per quanto riguarda la distribuzione sul territorio degli ingressi, si evidenzia che negli anni le percentuali maggiori sono presenti nelle aree del Nord, a maggiore intensità produttiva, con percentuali quasi sempre fra il 50 e il 60% del totale degli avviati al lavoro, con la regione Lombardia che da sola occupa tante persone quanto l’intera macro area Sud e Isole. Al Centro si rilevano percentuali che, fino al 2015 compreso, superano appena il 20% e si incrementano nell’ultimo triennio. Nell'area del Sud Italia si rileva un miglioramento negli anni 2014 - 2015 ma il miglioramento appare passeggero e la percentuale sul totale torna al di sotto del 20% del totale negli anni successivi.

Quasi 150 mila posti scoperti (su 500 mila)

Tanti restano ancora i posti cosiddetti scoperti. Il totale complessivo della quota di riserva che emerge dai Prospetti relativi al 2018 individua (su oltre 95 mila datori di lavoro registrati al sistema) la presenza di 501.880 posizioni che potenzialmente sono dedicate alle persone con disabilità. Di questi, 387.464 posti di lavoro sono nel settore privato e 114.416 sono nel settore pubblico. In entrambi i casi i posti coperti sono nell'ordine del 70%, il che porta al fatto che alla data del 31/12/2018 risultavano 112.480 posti scoperti nel settore privato e 32,847 in quello pubblico, per un totale nazionale di 145.327 sul totale di 501.880 unità lavorative. A faticare nel rispetto delle quote di riserva sono soprattutto le imprese di piccole dimensioni, cioè proprio quelle tenute dal 2018 a procedere all’assunzione di persone con disabilità pur in assenza di nuovi ingressi nell’organizzazione: in questa tipologia risultavano ancora da coprire circa il 40% delle posizioni. Ciò detto, in valori assoluti rimangono comunque le aziende di maggiori dimensioni (oltre 50 dipendenti) quelle dove si trova il numero maggiore (tre su quattro) del totale dei posti scoperti. La macro area geografica maggiormente interessata è quella del Nord Ovest, nella quale sono concentrati il 36% dei posti ancora da assegnare (e un altro 28% è nel Nord Est).

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