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Lavoro per tutti? Gli ostacoli da superare riguardano anche i giovani

I principali “inibitori” sono la percezione negativa da parte dei datori di lavoro e la mancanza di fiducia in se stessi da parte dei ragazzi disabili. Una soluzione è informare e fare rete, anche a partire dalla scuola e dall’università. Lo studio di Daniela Pavoncello, ricercatrice dell’Inapp

2 dicembre 2017

ROMA - Anche i giovani con disabilità si affacciano con fatica al mondo del lavoro. Le “determinanti sociali” del loro inserimento professionale ha provato a individuarle Daniela Pavoncello, ricercatrice dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, l’ex Isfol). Un primo punto di riferimento è il secondo Programma d’azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità che, nella parte relativa all’inclusione scolastica e ai processi formativi, avanza alcune proposte in materia, come l’insediamento presso il ministero dell’Istruzione di un corpo ispettivo che verifichi la reale applicazione delle normative nazionali relative all’attivazione dei servizi di tutoring da parte delle università, l’inserimento di specifiche misure per l’inclusione degli studenti disabili nel decreto delegato relativo ai percorsi di alternanza scuola-lavoro, l’applicazione uniforme sul territorio nazionale delle Linee guida per i tirocini di orientamento, formazione e inserimento o reinserimento professionale.
 
Al di là della teoria e dei principi espressi in piani, programmi e normative, però, esistono reali difficoltà di accesso all’universo occupazionale per i giovani con disabilità. Per esaminarle e individuarne le radici, la ricercatrice ha preso in mano alcune ricerche dell’ex Isfol, da un lato, e la letteratura scientifica sul tema dall’altro.
 
Sono risultati, come principali “inibitori” del processo d’inclusione lavorativa, le "percezioni e gli atteggiamenti negativi da parte dei datori di lavoro", come per esempio la convinzione di dover maggiormente supervisionare l’operato del neoassunto disabile o la scarsa valorizzazione delle sue capacità, le difficoltà pratiche – da parte del dipendente con disabilità – nello svolgere il proprio impiego per motivi di produttività, accessibilità dei luoghi, impatto dei farmaci o delle cure sanitarie, la mancanza di fiducia nelle proprie capacità e la poca stima di se stessi (“limiti auto-percepiti”), i pochi servizi di sostegno sia al lavoratore sia alle aziende, i problemi di comportamento e di comunicazione e gli atteggiamenti discriminatori verso i lavoratori disabili e in particolare verso quelli con disabilità intellettiva o relazionale. "Così che l’assunzione diventa solo un obbligo di legge oppure una questione legata a pietismo o solidarietà" per un imprenditore.
 
E alla domanda “quali condizioni potrebbero farle decidere di assumere una persona con un disturbo psichico”, la maggior parte delle aziende ha indicato una maggiore conoscenza delle competenze del lavoratore, ma anche gli sgravi fiscali e il supporto continuativo dei servizi pubblici.
 
L’indagine condotta da Daniela Pavoncello per Inapp ha cercato poi di individuare alcune possibili soluzioni al problema dell’inserimento lavorativo dei ragazzi disabili, un tema evidentemente ancora irrisolto. Primo, la diffusione dell’informazione; secondo, "l’impegno combinato dell’azienda e dei servizi: l’apporto della rete territoriale – spiega la ricercatrice – è un elemento che permette all’impresa di contenere i costi organizzativi dell’inserimento della persona con disabilità"; terzo, "far precedere all’intervento di tutoraggio vero e proprio una fase preliminare di identificazione e definizione, il più possibile condivisa (tra tutor, azienda e lavoratore) della natura e dell’entità delle difficoltà rilevate, che possono essere legate a problematiche cliniche del lavoratore ma anche a cambiamenti o a “disturbi” nell’organizzazione del lavoro"; quarto, il supporto della famiglia; quinto, momenti di valutazione e verifica dell’andamento dell’inserimento, che coinvolgano tutti i soggetti della rete, dai familiari ai vertici aziendali, dai servizi alla comunità professionale.
 
In sostanza, si tratta di proporre un "nuovo alfabeto" per l’inclusione e la partecipazione lavorativa delle persone disabili, composto da otto parole chiave: responsabilità sociale, collaborazione (con i servizi sociosanitari), flessibilità del lavoro, coinvolgimento dei colleghi, valorizzazione delle competenze individuali, supporto di figure interne ed esterne all’azienda, personalizzazione del percorso d’inserimento.

di Chiara Ludovisi

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