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Io vado all’università

A lezione, come uditori. Un’opportunità per giovani con disabilità cognitiva nata dall’esperienza di una mamma che, per tre anni, ha frequentato con il figlio la facoltà di Scienze dell’educazione. E anche un esempio da cui, oggi, ripartire

30 giugno 2020

Jacopo lavora in una scuola materna da quando, tre anni fa, ha finito il percorso di studi al dipartimento di Educazione e scienze umane presso la sede reggiana dell’Università di Modena e Reggio Emilia. «Jacopo ha la sindrome di Down e l’attestato di frequenza ottenuto al termine delle superiori non gli permetteva l’iscrizione all’università, ma lui voleva andarci lo stesso. Da qui l’idea di seguire le lezioni senza essere iscritto, come uditore», racconta la mamma Loretta Melli che, per tre anni, ha accompagnato il figlio a lezione. Un’esperienza precedente il Covid, e che Laura Pasotti ha raccontato sulle pagine del magazine SuperAbile Inail.
 
Per ognuno dei 15 corsi frequentati, Jacopo ha scritto una tesina e dato un esame. Al termine del triennio ha sostenuto una prova finale e ottenuto, ancora una volta, un attestato di frequenza. “L’esperienza è stata molto arricchente», continua la madre, «e ho pensato che potesse essere ripetuta con altri ragazzi e ragazze con disabilità cognitive e comportamentali che hanno voglia di continuare a studiare». È nato così il progetto “Università 21”, che ha portato alla creazione dell’omonima associazione, di cui Melli è la presidente. L’associazione opera in sinergia con il dipartimento di Scienze umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia, con l’assessorato alle Politiche sociali del Comune di Reggio Emilia e con l’Azienda sanitaria locale.
 
Attualmente sono undici i giovani con disabilità cognitive o comportamentali che stanno facendo lo stesso percorso portato a termine da Jacopo. Due hanno terminato il triennio lo scorso febbraio: Sara, che sta lavorando come aiuto maestra in una scuola materna e in associazione come aiuto-educatrice, e Valentino, impiegato in un laboratorio botanico. Sono quattro o cinque, invece, quelli che saranno inseriti nel progetto a partire da quest’anno accademico. A Reggio Emilia i giovani seguono i corsi di Scienze dell’educazione, ma la convenzione riguarda anche Scienze della comunicazione: «Un ragazzo dovrebbe iniziare l’anno prossimo», e da ottobre partirà anche nella sede di Modena per Scienze linguistiche.
 
«Sono ragazzi con ritardo cognitivo, sindrome di Down, autismo o disabilità comportamentali ma in grado di muoversi in modo autonomo, stare in un’aula con altre 200 persone, seguire un corso universitario», spiega Melli. «Ovviamente deve esserci una predisposizione a intraprendere un percorso universitario sia nel ragazzo sia nella sua famiglia, perché proprio come accade con i normodotati, non tutti hanno voglia di andare all’università». I giovani coinvolti nel progetto “Università 21” sono seguiti da un team di quattro educatrici che «orientano i ragazzi a scegliere i corsi in base ai loro interessi e alle loro abilità, vanno a lezione insieme a loro proprio come ho fatto io con mio figlio e li aiutano nello studio».
 
Oltre ad affiancarli nella parte didattica, li sostengono anche nel processo di autonomia. «A casa o nei luoghi che frequentano sono protetti», dice Martina Salvarani, una delle educatrici di “Università 21”. «Noi lavoriamo per fare capire loro che, se vogliono qualcosa, devono provare a farla da soli. Solo se non ci riescono, devono chiedere aiuto. Altrimenti rimarranno sempre bambini».
 
Grazie al progetto i ragazzi e le ragazze imparano a muoversi nel centro di Reggio Emilia e all’università: «Abbiamo fidelizzato alcuni luoghi come la copisteria, la biblioteca o il bar che, con il tempo, i ragazzi hanno imparato a conoscere e in cui possono andare da soli». L’accoglienza in ateneo è positiva, sia da parte dei docenti, «tutti molto disponibili», sia da parte dei compagni di corso anche se, spiega Salvarani, «non ci siamo mai presentati ufficialmente come associazione e progetto. Come sempre accade, è più faticoso approcciare le cose quando non si conoscono e così, se al primo anno con le classi più numerose è più difficile essere riconosciuti, al terzo invece diventa più facile». Per i giovani è importante stare in mezzo ad altre persone e frequentare i coetanei: «Uno di loro ha conosciuto un gruppo di compagni ed è diventato amico di una ragazza con cui si sente ed esce in autonomia». I miglioramenti si vedono. «Ognuno di loro ha superato le proprie paure o anche solo la timidezza e qualcuno, per esempio, ha preso la parola davanti a tutta la classe», continua l’educatrice. «I tempi sono lunghi ma il progetto sta andando bene e siamo molto contente».
 
“Università 21” non è finalizzato al conseguimento della laurea da parte dello studente con disabilità, anche perché molti di coloro che vi accedono non hanno conseguito il diploma di scuola superiore. «Quello che vogliamo offrire è un percorso formativo, di qualità, per imparare cose che possano servire ai ragazzi per vivere in autonomia il futuro», ha spiegato il delegato di facoltà per la disabilità, Enrico Giliberti, in occasione della presentazione del progetto in Comune. Jacopo è inserito come aiuto-cucina in una scuola materna e svolge anche qualche piccola attività insieme ai bambini.
 
«L’obiettivo ultimo del progetto è il lavoro, ovvero dare a questi giovani opportunità diverse da quelle che, in genere, vengono offerte loro e la possibilità di essere inseriti in ambito professionale in base a inclinazioni e competenze acquisite», conclude Loretta Melli. «I ragazzi imparano tanto, escono più maturi, più indipendenti e più consapevoli di ciò che sanno e vogliono fare. Per Jacopo l’ambiente della scuola materna è molto stimolante, e a lui piace stare a contatto con le persone».

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