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Coronavirus, didattica a distanza: “i ragazzi ci chiedono presenza”

Pier Paolo Amodeo è uno dei primi insegnanti che ha sperimentato le lezioni a distanza in una scuola media in provincia di Bologna: i ragazzi partecipano attivamente e la media è di 4 assenti su 36. “Ma non tutti hanno accesso a internet ed è più difficile seguire i ragazzi disabili o stranieri: come sempre, i più fragili sono i più penalizzati”

11 marzo 2020

BOLOGNA – “Con la chiusura delle scuole è davvero necessario che noi professori ci muoviamo per creare nuove modalità interattive di didattica, per coinvolgere attivamente i nostri alunni. Questa quarantena d'Italia non si deve trasformare in assenza e vuoto: i ragazzi ci chiedono presenza, ci chiedono impegno, non possiamo tirarci indietro”. A parlare è Pier Paolo Amodeo, professore di una scuola media situata sugli Appennini in provincia di Bologna, uno dei primi insegnanti che la scorsa settimana ha sperimentato le lezioni interattive a distanza utilizzando la piattaforma online Cisco webex meet. 
 
Due classi, per un totale di 36 alunni, di prima media, hanno avuto così la possibilità di seguire lezioni di italiano e storia, interagendo in tempo reale con il professore. Nonostante le difficoltà, la risposta è stata molto positiva: “La partecipazione dei ragazzi, soprattutto dopo i primi giorni di assestamento, è stata altissima: tutti si sono collegati almeno una volta e la media è di 4 assenti su 36. Di solito entrano nel sito prima che lo faccia io e poi mi scrivono in chat per sapere quando arrivo. Inoltre sono diventati bravissimi a usare il microfono solo quando gli do il permesso, senza creare confusione: seguono e intervengono quasi fossero in classe. Addirittura un’alunna ha seguito le mie lezioni di storia anche se io non sono il suo prof. di storia”.
 
Il problema principale è però quello della mancanza di feedback da parte degli studenti. “Di solito io riesco a capire se i ragazzi mi stanno seguendo guardandoli in faccia, e ovviamente questo aspetto viene annichilito – spiega Amodeo –. L’unico modo per coinvolgerli attivamente è fare continue domande, a cui devono rispondere in chat o accendendo il microfono: quando vedo che qualcuno non reagisce per un po’, gli chiedo di attivare l’audio. Ovviamente è molto più complicato, soprattutto per quei ragazzi che hanno difficoltà: è difficile seguire chi ha una disabilità o parla male l’italiano, ma anche semplicemente chi è molto timido. Spesso non posso dargli la parola perché li metterei in grande difficoltà chiedendogli di intervenire tramite microfono e senza il mio supporto, ma così facendo rischio di non raggiungerli e di perderli: come sempre, i più fragili sono anche i più penalizzati”.
 
Dopo che il decreto firmato sabato notte dal premier Giuseppe Conte ha previsto la chiusura di scuole e università fino al 3 aprile in Lombardia e in altre 14 province (e fino al 15 marzo nel resto d’Italia), il ministero dell’Istruzione sta caldeggiando la didattica a distanza. Ma la questione non è così semplice, anche perché non tutte le famiglie hanno accesso a internet: secondo i dati Istat dell’anno scorso, oltre il 27 per cento delle famiglie con uno o più figli minori non ha un collegamento a banda larga fisso a casa. E nelle famiglie con più figli, o quando i genitori stanno lavorando da casa, potrebbe esserci la necessità di dividersi un unico computer.
 
“Nelle mie classi, ho suggerito ai ragazzi che non avevano la possibilità di connettersi di andare a casa di un compagno che aveva internet e un computer disponibile – racconta Amodeo –. Qualcuno ha anche seguito la lezione mentre era per strada, con il cellulare della madre, perché doveva andare via prima del previsto. Ovviamente non tutte le classi sono uguali e il discorso cambia tantissimo a seconda del contesto sociale: esistono istituti dove i problemi socio-culturali sono molto più forti e dove la dispersione scolastica, anche quando la scuola è aperta, è altissima. Figuriamoci adesso com’è la situazione. Quello della scuola è un mondo molto complesso e le variabili in gioco sono così tante che non c’è una soluzione univoca: ogni insegnante deve trovare la strategia più adatta per la propria classe”.
 
Tuttavia, in alcuni casi sono invece gli insegnanti a non possedere le conoscenze digitali necessarie per organizzare lezioni in remoto: l’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società della Commissione Europea rivela che in Italia solo il 20 per cento degli insegnanti ha seguito corsi formativi in materia di alfabetizzazione digitale. Secondo WeSchool, il 20 per cento dei docenti italiani è in grado di insegnare a distanza, il 40 per cento vorrebbe imparare a farlo e il restante 40 per cento è contrario. “Parlando con i miei colleghi mi sono reso conto che la diffusione delle lezioni online non è poi così capillare – conclude Amodeo –. La maggior parte degli insegnanti sta diffondendo materiali come slide, documenti o registrazioni video o audio, il che però non permette un’interazione in tempo reale da parte degli studenti. Noi professori siamo una classe da svecchiare: dobbiamo fare un grande lavoro per aggiornare le nostre competenze e metterle al servizio dei nostri ragazzi”.

di Alice Facchini

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