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I problemi degli universitari disabili: le università del Triveneto a confronto

Laura Nota, delegata in materia di inclusione: “Un supporto non personalizzato può essere controproducente. Abbiamo bisogno di un pool di esperti, che stiamo costruendo: il nostro ateneo ha molto validi specialisti, al fianco dei quali possiamo elaborare un portfolio di offerte”

25 febbraio 2017

ROMA – Le università del Triveneto si sono riunite alla sede padovana della Scuola di Psicologia per discutere di inclusione. Si sono alternati psicologi, psichiatri, linguisti, giuristi, ingegneri, sociologi e molte altre figure, per raccontare esperienze di successo e definire solo alcune delle innumerevoli difficoltà a cui gli iscritti con disabilità possono andare incontro. Solo nell’ateneo padovano parliamo di circa 600 persone: “Sembrano tante - spiega la professoressa Laura Nota, delegata del rettore in materia di inclusione e disabilità, al Mattino di Padova - ma sono meno dell’1% degli iscritti, la metà rispetto alla percentuale di studenti disabili che frequentano le scuole dell’obbligo. Ci sono tanti ragazzi, quindi, che per ragioni che stiamo indagando non riusciamo ad intercettare: il nostro obiettivo è riuscire a rispondere in modo sempre più personalizzato alle loro esigenze, per abbattere tutte le barriere inutili”.
 
Gli esempi virtuosi da cui prendere spunto non mancano: “A Oxford e Cambridge - continua Nota - le modalità di supporto sono molteplici e vengono tradotte in crediti formativi. L’errore più frequente, purtroppo, sta nel considerare la disabilità come un unico insieme: è un cappello, al contrario, molto ampio ed assolutamente eterogeneo. Le disabilità motorie, per esempio, sono tantissime, non pensiamo solo alla sedia a ruote: i ragazzi in carrozzina sono forse quelli che incontrano meno problemi. Pensiamo poi ai casi di dislessia, trauma cranico, tumore: ognuna di queste fragilità incontra disagi specifici. Un esempio: se in un test d’ingresso formulo una domanda in un modo piuttosto che in un altro, un ragazzo dislessico fa più fatica a rispondere. E se ad uno studente con trauma cranico, che fa fatica a mantenere la concentrazione, offro più tempo per svolgere l’esercizio, paradossalmente lo metto in difficoltà, perché lo obbligo a concentrarsi più a lungo. Questo per dire che un supporto non personalizzato può essere controproducente. Abbiamo bisogno di un pool di esperti, che stiamo costruendo: il nostro ateneo ha molto validi specialisti, al fianco dei quali possiamo elaborare un portfolio di offerte. E, insieme ai ragazzi, trovare i servizi più vincenti”
 

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