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Morto un campione se ne fa un altro



a cura di mschianchi

12 marzo 2013

Ai più forse non era sfuggito, ormai da tempo, chi fosse Giusy Versace anche grazie al suo essere un'affermata campionessa di atletica paralimpica, oltre che portatrice di cotanto nome. È però sorprendente, e non solo spiegabile con le logiche promozionali di un libro, che, in brevissimo tempo, si riproduca con così grande facilità un modello di comunicazione che il recente caso Pistorius avrebbe dovuto mettere in discussione. Evidentemente non è così poiché, si dirà, sono le persone che non sanno stare nel modello, non il modello che è incapace di spiegare le persone.

Versace, naturalmente, non è Pistorius e non si tratta, ovviamente, di contestare alcunché alle persone in quanto tali (per gli eventuali rei ci saranno le istituzioni competenti a farlo), ma al modello di comunicazione sì. Siamo alle solite del campione che dopo aver conosciuto il baratro dell'esistenza diventa il bello e affermato protagonista di se stesso, artefice del proprio destino.

È un modello ormai classico, popolarizzato con il romanzo popolare ottocentesco e non certo inventato dalla televisione che lo ha solo reinterpretato. Oggi, però questo modello educativo fa passare, sottotraccia, un'altra idea: l'individuo, se vuole emergere e diventare campione di qualcosa o semplicemente della propria vita, non ha bisogno di nulla, se non di se stesso. Non ha bisogno né di diritti né di stato sociale (che non sono le pensioni di invalidità) né di politiche. Volere è potere, si intitolava il libro di M. Lessona pubblicato nel 1869.

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    Effettivamente... l'atteggiamento è quello di sostenere che 'se ce la metti tutta, non puoi non farcela'. Concetto solo in parte utile alle persone con disabilità. Soprattutto in Italia dove all' atteggiamento assistenzialistico (dello Stato, delle a



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