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Caregiver, non volontario

28 settembre 2017

E’ un po’ come dire “siamo tutti volontari”. Bella cosa, certo, il volontariato, e bella cosa qualsiasi attività meritoria che intraprendiamo per scelta volontaria, senza esserne costretti. Il problema è che spesso intraprendiamo attività non perché lo vogliamo, ma perché non abbiamo alternative. Finché si tratta di hobby o passioni, passi pure, ma quando parliamo di un’attività difficile come quella del lavoro di cura (che non a caso si chiama “lavoro”) allora il tutto diventa molto delicato.
 
Il testo unificato presentato al Senato sul caregiver familiare, o meglio sul “prestatore volontario di cura”, ha verosimilmente poche possibilità di arrivare in porto: la legislatura è troppo vicina al suo termine per poter sperare che il testo sia approvato. Ad ogni buon conto, il lavoro fatto per racchiudere in un unico testo le caratteristiche di almeno tre diverse proposte legislative potrebbe tornare utile in futuro. Certo è che però – come abbiamo raccontato altrove - la perplessità sta tutta nel fatto che l’attività di caregiving viene incentivata – secondo quanto dice il testo – per il fatto di essere una scelta volontaria e apprezzabile.
 
E’ una questione di prospettiva importante, non una questione di lana caprina: molte volte infatti la scelta di prestare il proprio lavoro di cura verso un familiare non è affatto una scelta, ma il risultato dell’assenza o della carenza di servizi territoriali sufficienti, adeguati ed efficaci al sostegno delle persone e delle famiglie. E una legge che non riconosce questo semplicemente non parte con il piede giusto. L’impressione è che il cammino parlamentare di una legge sui caregivers sarà ancora molto lungo.

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