SuperAbile







La dignità del vivere

30 giugno 2017

La vicenda del piccolo Charlie Gard, che in questi giorni invita alla riflessione in modo profondo, è al contempo semplice e tragica. Semplice perché è una storia di sofferenza come – purtroppo – tante ce ne sono nel mondo, anche nei reparti di terapia intensiva pediatrica. Tragica, perché in una situazione in cui l’unione fra familiari, medici e conoscenti tutti diventa quanto mai importante, si è assistito ad un vero e proprio confronto a suon di sentenze nei Tribunali, nazionali e transazionali.
 
La vicenda richiama una miriade di argomenti delicati, dal ruolo e dalla volontà dei genitori di un bambino di pochi mesi, al senso e al significato del compito dei medici, in particolare quando la medicina si sente essa stessa impotente e intende abdicare. In mezzo c’è la coltivazione di speranze oltre ogni ragionevole speranza, il tema del limite delle terapie, il concetto di accanimento terapeutico, lo spettro di deriva di eutanasia più o meno conclamata.
 
Si possono avere differenti sensazioni di fronte alla storia di Charlie. Ma un fatto oggettivamente preoccupa ed è l’argomentazione – richiamata nelle sentenze - del “child’s best interest”, del miglior interesse per il bambino, legato al concetto di “dignità” e “non dignità” di vita. O se preferite il concetto di “qualità di vita”, in cui quella vissuta dal piccolo è una vita al di sotto dello standard minimo di qualità di vita. Affermare che, a causa delle sofferenze alle quali il bambino è purtroppo esposto, la sua non sia più una vita degna di essere vissuta, e sia nel suo interesse porre fine a quella stessa vita, conduce inevitabilmente in una strada lastricata di pericoli e di negazioni. Nel momento in cui si afferma il concetto di “qualità di vita” degna o non degna di essere vissuta, per forza di cose si apre la porta a derive che niente hanno a che fare con il rispetto per le persone e con il rifiuto di ogni accanimento. Non c’è infatti alcuna oggettività che separi la vita “degna” da quella “non più degna” di essere vissuta: tutto è lasciato all’opinione, e se inizialmente si giudicherà indegna la vita di una persona in condizioni critiche e disperate, più tardi tale giudizio si allargherà a situazioni molto meno gravi, in una deriva che si è del resto già osservata nei paesi che hanno legalizzato negli anni o decenni scorsi l’eutanasia.
 
Il messaggio sociale che viene lanciato da concetti simili è devastante per quelle categorie di persone che della fragilità sono compagne ogni singolo momento. Non aiuta al rispetto e all’affermazione dei diritti umani delle persone con disabilità una forma mentis sociale che tende a “scartare”, a “mettere da parte”, perfino a “terminare”, la vita dei più fragili e indifesi. Quando si parla di pratiche mediche (e le terapie attuate nei reparti di rianimazione sono per l’appunto protocolli medici) occorre sempre considerare le conseguenze in termini di comprensione sociale, di percezione culturale che se ne ha. Ad iniziare dall’idea che i più fragili vanno curati e assistiti, e non abbandonati.
 

Commenti

torna su

Stai commentando come



Procedure per

Percorsi personalizzati