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La ciambella dei Lea

10 dicembre 2016

Quindici anni e più di attesa. Vari tentativi falliti. Una necessità impellente di fare presto perché troppo tempo è stato perso. Poi finalmente arriva di fatto il via libera definitivo ai nuovi Lea, i Livelli essenziali di assistenza, oltre al nomenclatore tariffario. Arriva il “via libera” e uno pensa: finalmente, visto il lungo tempo passato per la preparazione, sarà senza dubbio un provvedimento inattaccabile, curato con diligenza e perfettamente in grado di rispondere ai bisogni. E invece no, neppure per idea. “Mai una gioia”, si direbbe informalmente.

Le critiche che Fish, Anffas, Aipd (ma le sigle sono tante e varie) riservano ai nuovi Lea da questo punto di vista sono gravi: se hai avuto non mesi, non anni, ma interi lustri per approntare il decreto migliore, perché poi il risultato finale non lo è? Ma ancora più sconcertano non le critiche, ma il tono delle critiche: perché ad essere segnalato non è qualche generico errore, qualche imprecisione, qualche dettaglio non riuscito. Ad essere segnalati sono problemi enormi di impostazione stessa del provvedimento, di filosofia che c’è dietro. Questo decreto, a sentire le associazioni, sembra scritto “quindici anni fa”, perché “l’impianto e la logica non considerano compiutamente i princìpi espressi dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità”. Non è che manca la ciliegina sulla torta. Qui il problema è proprio la torta.

Ma come fai, a distanza di anni dall’approvazione della Convenzione, a continuare ad ignorarla? Ma come fai a non adeguarti ad un cambio di impostazione che è epocale e che culturalmente non ha di fatto alternative? Meno male che dopo 15 anni e più, ci sono i nuovi Lea. Viva i Lea, anche se lo sconforto è massimo.

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