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La censura della realtà

20 novembre 2016

In Francia il Consiglio di Stato ha confermato il divieto di trasmissione in tv di uno spot di due minuti e mezzo che vede per protagonisti dei ragazzi con sindrome di Down. Il video in questione – “Dear Future Mom”, che in due anni oltre 7 milioni di visualizzazioni sul web - racconta ciò che le persone con sindrome di Down oggi possono fare ed essere. Lo raccontano - e qui sta il punto dolente – non ad un amico, ad un giornalista o ad un politico, ma ad una mamma in attesa.
 
Il video è stato censurato perché può “disturbare le coscienze” delle donne che hanno fatto ricorso all’aborto. Aborto che peraltro ormai viene praticato nella stragrande maggioranza dei casi in cui viene diagnosticata prima della nascita la sindrome di Down. A prima vista quella dei giudici può apparire perfino una preoccupazione sensata: in fondo, è una forma di protezione, il desiderio di evitare qualcosa che da qualcuno può essere giudicato inopportuno.
 
Tutto questo non sembra reggere però alle contro-argomentazioni. Quella decina di ragazzi e ragazze in fondo non fanno che raccontare la propria vita, ed è tanto più importante ascoltarli quanto più la vita delle persone con sindrome di Down è ancora oggi conosciuta solo per luoghi comuni o pregiudizi. Dire che le persone Down vanno a scuola, possono lavorare, possono anche vivere in autonomia, significa raccontare una realtà in gran parte sconosciuta. Certo, la loro non è una vita sempre facile, tutt’altro. Ma lo ammettono per primi: “A volte sarà difficile. Molto difficile. Quasi impossibile”. Di fatto, viene deciso che il diritto di espressione delle persone Down si deve inchinare di fronte alla eventualità (neppure certezza) che quel messaggio disturbi le coscienze di alcuni. Ma il video non intacca (e come potrebbe?) la possibilità concreta di abortire. E sta nelle cose che un video di una campagna sociale possa “disturbare”. Quello spot semplicemente racconta una realtà. E il fatto che questa realtà sia gioiosa, allegra, ottimista, non può essere certo vista come una colpa.
 
Peraltro, se l’aborto viene presentato sempre come una libera “scelta”, quale cosa più importante dovrebbe esserci se non quella di permettere una scelta davvero consapevole? Un video di quel genere, rendendo noto a grandi linee al grande pubblico che cosa può significare la sindrome di Down, dovrebbe essere salutato con favore da tutti, perché dà elementi ulteriori (e, per molti, inediti)per permettere di “scegliere” con maggiore consapevolezza. Non è forse vero che molte donne raccontano di aver in passato abortito più che altro per paura, disperazione, solitudine, non conoscenza di cosa sarebbe potuto succedere, quando si sono trovate di fronte alla difficile notizia di una malattia o di una anomalia genetica nel figlio che aspettavano?
 
Per quanto non volesse platealmente affrontare tale tema, il video è rimasto vittima suo malgrado di un’atmosfera culturale che vede l’aborto come la via più battuta e frequentata quando si incontra la sindrome di Down. Un’atmosfera in cui non si trova spazio neppure per una generica “preferenza per la nascita”, che pure dovrebbe teoricamente mettere d’accordo tutti.
 

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