SuperAbile






In Accessibilità

Notizie


Juri Roverato, un filosofo che danza la vita

Ballerino non convenzionale, coreografo e attore, specializzato in danceability, laureato in filosofia, Juri Roverato si occupa anche di formazione attraverso il movimento e l'improvvisazione. Nonostante la tetraparesi spastica

15 maggio 2016

ROMA - Danzare sulle note delle proprie emozioni. È questo che fa Juri Roverato, classe 1977, laureato in Filosofia a Padova, ballerino, coreografo e attore con tetraparesi spastica distonica, passato dalle arti marziali alla danceability. Da alcuni anni insegna questa disciplina ad adulti e bambini - disabili e non -, occupandosi anche della formazione di operatori della riabilitazione attraverso l'arte del movimento e della contact improvisation. Ha partecipato alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Torino 2006, ha lavorato con la compagnia Socìetas Raffaello Sanzio nel Purgatorio del ciclo La Divina Commedia (che ha debuttato nel 2008 al 62° Festival D'Avignone con successiva tournée mondiale), e da cinque anni collabora con Simona Torelli per seminari e spettacoli tra il Veneto e l'Emilia-Romagna. La loro è una ricerca sulle nuove possibilità di comunicare attraverso il corpo e la musica: un dialogo fisico in cui tutti i sensi sono coinvolti. Perché il movimento è gioco, regola, ritmo, teatro, memoria, relazione, strutturazione del tempo e dello spazio, linguaggio espressivo di se stessi, come Roverato rivela in questa intervista pubblicata sul numero di marzo del magazine SuperAbile Inail.

 

Com'è nata la passione per la danceability?

Assolutamente per caso. Avevo 22 anni, cercavo un corso di teatro, ma ho sbagliato lezione. All'inizio volevo andarmene dopo un'ora, dato che il corso durava sette giorni. Ma i miei genitori   mi hanno costretto a tornarci e a terminarlo e diciamo che la cosa mi ha cambiato totalmente la vita, visto che vivo di questa disciplina da parecchio tempo e la passione è diventata un lavoro.

 

Cosa dà questa disciplina a chi la pratica?

È una domanda cui è molto difficile rispondere: non lo so, o meglio, dipende da chi è la persona, dal momento che sta attraversando nella propria vita, da cosa vuole, da cosa cerca. Ciò che ha dato a me, può non darlo ad altri. Potrei dire che dà sicurezza, ma ho visto reazioni opposte, potrei dire che fa incontrare le anime, ma ho vissuto anche scontri. Fondamentalmente dà piacere e permette l'incontro delle persone, un incontro di anime e di corpi, con la consapevolezza che non c'è disabilità, non c'è abilità, c'è solo l'essere umani.

 

Con Simona Torelli avete sviluppato una nuova "tecnica" . In che cosa consiste?

Il lavoro con Simona parte dalla danceability, ma è contaminato da esperienze diverse e soprattutto dal fatto che non ci siamo limitati alla tecnica, ma ci interessa la bellezza dell'essere umano. Ogni persona è unica e speciale, ogni gruppo è a sé e ha bisogno di cose diverse, di parole diverse, di esercizi diversi. Si tratta di un modo differente di proporre la danceability, partendo dalle persone e non dalla tecnica: è un uso diverso di uno stesso linguaggio. Non è importante cosa si propone, ma come lo si propone, non è importante cosa si programma, ma di cosa hanno bisogno le persone. E ogni giorno cambia. È un lavoro che parte dall'ascolto delle persone. Simona sa ascoltare molto, io riesco a collegare le cose. Lavoriamo sulle immagini, per dare forma e danza ai pensieri.

 

Che significa per una persona disabile poter esprimere il proprio corpo?

Io credo profondamente che tutte le persone siano abili e disabili, perché tutti siamo uomini e spesso le disabilità che non si vedono sono peggiori di quelle manifeste. La questione è cosa significa per una persona, senza fare distinzioni, poter esprimere il proprio corpo. Ho visto persone "disabili" esprimere ciò che hanno dentro e trasformarlo in poesia con il proprio corpo e persone "abili" bloccarsi e non esprimere nulla: a volte piangono e basta, ma anche quella è una forma di espressione. Il lavoro che propongo dà a tutti la possibilità di togliersi le maschere che la società ci impone o che noi ci mettiamo in sua difesa e di mostrarci, spegnendo il cervello per un po'.

 

La laurea in filosofia è servita nel suo lavoro?

Sì. In molti mi hanno detto che io non faccio lezioni di danza, ma di filosofia "soft". Amo la filosofia: fin da quando ho iniziato a studiarla, ho pensato che doveva essere divulgata di più e in modo diverso. Io sto cercando di farlo ogni giorno, con delicatezza e con il sorriso, dicendo che è una cosa facile, che è un gioco, che è per tutti. Parlo di filosofia ai bambini di 3 anni, con Simona proponiamo esercizi divertenti e fra qualche anno capiranno di avere già dei semi dentro di sé.

 

Delle arti marziali cosa si porta dietro?

Senza di loro forse non avrei danzato. La vita è una successione di giorni e di passi da compiere uno dopo l'altro. Sicuramente ho riconosciuto i limiti del mio corpo, per poi scoprirne la bellezza. Con le arti marziali ho acquisito maggior controllo e maggior equilibrio, per rendermi conto successivamente che con la danza si può andare oltre il controllo, usando il disequilibrio del corpo.

 

Come si può fare formazione attraverso il movimento?

Fermandoci qualche ora a osservare un bambino sotto i tre anni, perché in lui c'è la risposta: i piccoli imparano tutto e si relazionano con il mondo esterno attraverso il movimento e il corpo, spesso nemmeno parlano ma si fanno capire. Poi, crescendo, ci "decorporizziamo", usiamo solo la testa e ci imbottiamo di sapere (e lo dice uno laureato in filosofia, che un po' di libri ne ha letti e continua a leggerli). Ma non basta: abbiamo un corpo, usiamolo, ascoltiamo ciò che ci dice e scopriremo un mondo meraviglioso, uno degli infiniti universi paralleli. (Michela Trigari)

 

(15 maggio 2016)

 

di e.proietti

Commenti

torna su

Stai commentando come



Procedure per

Percorsi personalizzati