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In treno, costretta a viaggiare fra le biciclette. Umiliata, denuncerò Trenitalia

Il viaggio e l’incubo di una giovane trentina in sedia a ruote: caricata nel vagone deposito delle biciclette, alla stazione di arrivo passano 40 minuti prima che possa scendere. E gli altri viaggiatori si infuriano. Il racconto…

7 settembre 2007


TRENTO – E’ la cronaca di una storia come tante, nell’Italia dei treni in consueto ritardo e dei disservizi ai viaggiatori. La storia di una persona in sedia a ruote costretta a viaggiare insieme alle ruote delle biciclette, costretta ad aspettare per decine di minuti il servizio dedicato per scendere dal convoglio e, come se non bastasse, costretta anche a subire gli insulti degli altri viaggiatori preoccupati del ritardo e di perdere le rispettive coincidenze. Sabrina (il nome è di fantasia) ha raccontato la sua storia al quotidiano “Il Trentino” e l’intera vicenda è davvero sintomatica del grado di attenzione che viene garantito alle persone con disabilità che viaggiano sui binari.


La protagonista della storia è paralizzata da dodici anni: muove testa, braccia e solo una parte del busto, e si sposta su una sedia a rotelle. Qualche settimana fa la decisione di partire con un’amica verso Firenze: una telefonata a Trenitalia e nessun problema, “l’assistenza – assicuravano – è garantita”. Sabrina segue l’intera procedura prevista, comunica data e luogo di partenza e di arrivo, e si presenta alla stazione. Sul primo treno, quello che la porterà fino a Bologna, ci sale tranquillamente, ma viene fatta accomodare nel vagone-deposito delle biciclette. “Ho fatto il viaggio insieme alle due ruote degli altri passeggeri: c’eravamo solo io, la mia amica e tutte quelle bici”. “Non mi avevano nemmeno detto che c’era una cintura di sicurezza a disposizione”, continua, e anzi l’unica loro risposta è stata “Basta che inserisca il freno della carrozzina”. La fanno facile, ma se il treno frena senza cintura io volo in aria”, commenta Sabrina. Un viaggio nel vagone-biciclette, dunque, e neppure la possibilità di andare al bagno: il treno non è attrezzato. “Ma questo è il minimo”, tranquillizza la ragazza. A Bologna, si cambia: il passaggio sull’Eurostar diretto a Firenze va liscio come l’olio, ma i problemi si ripresentano alla stazione del capoluogo toscano: non c’è nessuno ad aspettarla. E mentre l’amica scende con i bagagli per cercar aiuto, il capotreno fischia per far ripartire il convoglio: è solo grazie ad un’altra passeggera che corre ad avvertirlo che il treno non riparte. “Sarei finita a Napoli”, dice Sabrina.

Due giorni dopo, a vacanza finita, si riparte verso nord: Sabrina chiama il Centro assistenza per assicurarsi che a Firenze e Trento tutto fosse organizzato, e riceve conferme tranquillizzanti. Ma, guarda caso, non va tutto alla perfezione. Giunta a Trento poco prima delle 22 non trova nessuno ad aspettarla. “E’ stato un caos”, racconta la donna. “Il capotreno ha cercato qualcuno che venisse a farmi scendere ma il Centro assistenza era chiuso: allora mi ha proposto di farmi scendere trasportandomi a peso, ma io mi sono rifiutata. Ho una gamba rotta e poi i gradini del convoglio erano troppo ripidi, e saremo sicuramente finiti tutti per terra. Il capotreno mi ha persino proposto di rimanere a bordo fino a Bolzano per poi tornare a Trento in taxi”. E perché mai avrebbe dovuto far così? L’attesa alla stazione dura 40 minuti, prima che l’attrezzo necessario a farla scendere dal convoglio si materializza: “Dapprima” – racconta ricordando quei minuti – “avevo la solidarietà dei viaggiatori di prima classe, ma quando il ritardo è aumentato hanno cominciato persino a insultarmi perché avrei fatto perdere loro le coincidenze. Ma io” – dice Sabrina – “volevo solo essere trattata come una normale cittadina: è stato davvero terribile”.

(7 settembre 2007)

di e.proietti

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