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Disabilità e vita autonoma. La Commissione europea: "No agli istituti, si ai servizi di comunità"

Ancora oggi in Europa un milione di persone vive in istituto e la loro dignità non sempre è rispettata. Uno studio dell’Unione denuncia la qualità spesso inaccettabili dei servizi negli istituti e spinge per la transizione verso forme di comunità. Il Commissario agli Affari sociali Vladimir Špidla: "Una trasformazione in linea con gli impegni assunti nella Convenzione Onu"

20 febbraio 2008


BRUXELLES - Passare dall’assistenza in istituto a servizi di comunità offrirebbe una qualità di vita migliore per disabili e famiglie senza costi aggiuntivi: lo conferma uno studio della Commissione Ue. Viene poi ribadita la qualità di assistenza molto spesso inaccettabile offerta negli istituti, che in alcuni casi sfocia in violazione dei diritti umani (come in Bulgaria), e vengono suggerite misure per la deistituzionalizzazione e una transizione efficace verso servizi migliori, anche grazie ai fondi europei. Ancora oggi un milione di disabili vive in istituto. I servizi di comunità - secondo lo studio realizzato dalla London School of Economics e dall"Università del Kent per conto dell’esecutivo europeo - forniscono risultati migliori senza maggiori costi, una volta che vengono messi in bilancio i bisogni degli assistiti e la qualità dei servizi offerti, avvicinando inoltre i disabili alla piena realizzazione personale e una vita il più possibile libera e indipendente.

"Ancora al giorno d"oggi nell"Ue un milione di persone vive in istituto - ricorda il Commissario agli Affari sociali Vladimir Špidla – e la loro dignità non sempre è rispettata. Con questo studio siamo convinti di poter aiutare gli Stati membri e il resto degli attori coinvolti nel passaggio necessario dall’istituzionalizzazione ai servizi di comunità. E’ una trasformazione che ci farebbe fare molta strada verso il rispetto delle responsabilità che ci siamo assunti con la Convenzione Onu sui diritti dei disabili”. La transizione da istituto a comunità però non è processo semplice e dev’essere condotta in grande coordinamento tra le autorità statali, regionali e locali. Viene anche raccomandato il coinvolgimento diretto e costante dei disabili e delle loro famiglie, per ascoltarne l’opinione e individuare i servizi di cui hanno necessità. Questi ad esempio hanno espresso in gran numero il desiderio profondo di avere servizi fatti su misura. Un desiderio che però va oltre le trasformazioni in atto in alcuni grandi istituti europei, che invece di chiudere, sono stati ’umanizzati’, ad esempio dividendo un grande palazzo in diversi appartamenti. Dal canto loro, le strutture di gestione sono in difficoltà nel gestire questa trasformazione, in quanto sono schiacciate tra una mentalità ormai superata ed esigenze nuove, senza sottovalutare le difficoltà di ristrutturazione professionale dei loro dipendenti.

Il rapporto suggerisce ai decisori politici alcune strategie per accelerare e al contempo rendere morbida questa trasformazione: riguardo i vecchi istituti, si chiede di sottolineare la loro inadeguatezza di fronte al grande pubblico, sostenendo dall’altro lato il diritto dei disabili all’inclusione nella comunità, ad esempio conducendo campagne di sensibilizzazione della cittadinanza. Si chiede poi che la Commissione europea badi bene a non concedere più alcun tipo di fondo (direttamente o indirettamente) agli istituti. Al contrario viene posto l’accento su come utilizzare il Fondo sociale europeo (Fse) per finanziare progetti che promuovano l’approccio inclusivo verso i disabili. (Matteo Manzonetto)

(20 febbraio 2008)

di e.proietti

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