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Barriere. L'architetto Mezzalana: Mancano cultura della diversità e formazione adeguata"

Secondo l’architetto della Fish e del Centro per l'autonomia di Roma, si progetta cercando modelli standard di uomo: ma ’’così non si aggredisce il problema’’. L’universal design deve stare all’interno dei percorsi curriculari ordinari. ’’E prima si fa meglio è’’

5 ottobre 2007

ROMA – Fabrizio Mezzalana è architetto esperto di progettazione per tutti e svolge la sua attività per il Centro per l’autonomia di Roma; per la Fish, Federazione italiana superamento handicap, è referente per i temi delle barriere architettoniche e dell’universal design. La progettazione universal design è stata recentemente assunta come nuovo standard internazionale di riferimento dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, approvata dalla Assemblea generale dell’Onu il 13 dicembre 2006.

A Mezzalana chiediamo a che punto è in Italia il rapporto tra formazione e progettazione per tutti; se e quali passi si sono fatti negli ultimi anni e si stanno facendo perché i futuri progettisti degli spazi urbani siano adeguatamente preparati in merito all’abbattimento delle barriere architettoniche stabilito da una legge dello Stato buona ma spesso disattesa.

“Normativa e formazione sono entrambe lo specchio di come una società agisce in merito a certi temi" esordisce Mezzalana. "In particolare la formazione è portatrice di una cultura, intesa come strumento di trasmissione della conoscenza. Gli spazi che i professionisti realizzano non sono scultura ma è arte ‘funzionale’, la fruiscono le persone".

Che tipo di utenza ha in mente un architetto quando progetta uno spazio?
“Quando un architetto disegna pensa a corpi ideali; ha come riferimento modelli standard del corpo. Tant’è che le sedie sono tutte uguali. Ma i corpi sono tanti e tutti diversi.
Parlando di design for all, si pensi agli oggetti: siamo circondati da oggetti di tutti i tipi, ma quanti sono fruibili da tutti? Siamo circondati da oggetti non accessibili: si pensi ai flaconi dello shampoo inapribili senza spezzarsi le unghie, ai cassetti che non si aprono facilmente. Non c’è attenzione specifica tra utilizzo e oggetto.
Se si fa una ricerca fotografica sui reduci della prima e della seconda guerra mondiale, ci si renderà conto che solo nel secondo caso, nella guerra 1939-45, appaiono uomini con grandi amputazioni, su sedia a ruote. Durante la prima guerra mondiale non esistevano gli antibiotici, non esisteva la produzione industriale della penicillina, di cui disponiamo dalle soglie degli anni Cinquanta, e una ferita infetta non lasciava scampo. Dagli anni Sessanta in poi la presenza delle persone con disabilità è in continua crescita, anche perché si vive di più”.

A questo hanno corrisposto modifiche nei percorsi di formazione dei progettisti?
“L’architetto ha continuato ad essere formato nel solco del modello standard di sempre. A mio avviso non sono stati fatti tanti passi avanti. Gli strumenti di chi progetta sono insufficienti, inadeguati. Esistono percorsi di universal design applicato negli Stati Uniti da qualche decennio. Ma da noi i manuali di architettura dedicano un paio di pagine all’argomento”.

Secondo Fabrizio Mezzalana, “uno dei problemi ‘culturali’ della normativa vigente – oltre al fatto che non è pienamente applicata – è che si è aggiunto all’uomo ‘normodotato’ il tipo dell’uomo ‘disabile’, creando così un altro standard: su sedia a ruote quasi sempre, oppure cieco, etc.” L’approccio che ci viene più facile, insomma, è un “proliferare di standard fissi che non aggrediscono il problema”.

Alla luce di questa analisi, quali percorsi avviare per invertire la tendenza?
“Formazione, formazione, formazione. I vari corsi post lauream che tentano di colmare le lacune lasciano spesso il tempo che trovano se, su mille laureati che escono dalle facoltà, sono seguiti da 5-6 persone. E gli altri? L’universal design deve stare all’interno dei percorsi curriculari ordinari, essere per tutti. E prima si fa meglio è”.

Domenica prossima ricorre, sotto l’alto patronato della presidenza della Repubblica, la quinta giornata nazionale per l’abbattimento delle barriere architettoniche, su iniziativa dell’organizzazione Fiaba. Come valuta iniziative come questa?
“Ho qualche imbarazzo a parlare in occasione di questa giornata. Fiaba (Fondo italiano per l’abbattimento delle barriere architettoniche, ndr) è acronimo poco felice per chi ogni giorno lotta contro ostacoli reali e pesanti; e la ‘F’ di Fiaba sta per ‘fondo’, siamo dunque nella sfera della ricerca di soldi, ma in questa materia l’approccio primo è culturale. Formazione e approccio culturale adeguato, sul resto qualche perplessità la continuo ad avere…” (Elisabetta Proietti)

(6 ottobre 2007)

di e.proietti

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