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“Non potete volare”. La denuncia delle sorelle Paolini lasciate a terra a Bologna

L'aeroporto Marconi ha negato, per due volte, l'imbarco a Elena e Maria Chiara, sorelle disabili di Senigallia, che hanno raccontato la vicenda su Facebook parlando di motivazioni confuse e contraddittorie. “Siamo state trattate con paternalismo e arroganza, come clienti di serie B”

19 giugno 2019

BOLOGNA – Le batterie delle carrozzine, la preoccupazione per quale posizione potevamo assumere sul sedile, la documentazione che non era stata mandata in anticipo. Sono le tre motivazioni per cui lo scorso 15 giugno a Elena e Maria Chiara Paolini, sorelle disabili di Senigallia molto attive sui social e promotrici del movimento Liberi di fare, è stato negato l'imbarco all'aeroporto di Bologna. “Eravamo state selezionate per frequentare una summer school di una settimana in Irlanda, il cui argomento era 'legge e disabilità': ironico, no? In ogni caso, ce la stiamo perdendo - scrive Elena in un post sulla pagina Facebook Witty Wheels gestita dalle due sorelle -. Non ci è ancora del tutto chiaro il perché ci abbiano negato l'imbarco due giorni di fila. Non ci è chiaro cosa abbia fatto emergere dei problemi così insormontabili, considerate tutte le volte che abbiamo volato. Quello che è chiaro è che le persone disabili non vengono trattate come veri clienti: ci si aspetta che ci genuflettiamo costantemente e che non abbiamo cognizione dei nostri diritti”.
 
Nel post Elena spiega che le batterie avevano ricevuto l'approvazione per volare (oltre che da vari voli precedenti) dalla compagnia aerea, informata per email. “Eppure lì al check-in ci continuavano a dire che non andavano bene. Alla richiesta del perché non sapevano rispondere e cambiavano argomento”. Riguardo alla posizione in aereo, Elena racconta che di solito lei e la sorella viaggiano stese, ma stavolta è stato detto loro che non era permesso. “Però possiamo anche stare sedute durante il volo, anche se con molto meno comfort, ed eravamo pronte a farlo – scrive –. Ma non ci hanno creduto, hanno chiesto un certificato medico che lo attestasse e noi glielo abbiamo fornito. Non gli andava ancora bene. Dovevamo contattare la compagnia aerea per email e compilare un lungo modulo per farci dire da un medico in Germania se eravamo idonee a volare. Ma a quel punto era finito il tempo”. E per quanto riguarda la documentazione in anticipo, non è chiaro che cosa avrebbero dovuto mandare. “Dovevate mandare la documentazione almeno 48 ore prima del volo, ora è tardi”. Ma le due sorelle avevano fornito le informazioni richieste quando si viaggia con una carrozzina elettrica al momento della prenotazione. “Tutto il possibile” è stata la risposta alla loro richiesta di precisare quale documentazione avrebbero dovuto mandare. “Forse si aspettavano che essendo disabile ho necessariamente miliardi di documenti, o me li devo inventare?”. Quando Elena e Maria Chiara Paolini hanno parlato di “discriminazione”, uno dei responsabili ha risposto “non è vero, non chiamarla discriminazione, non è corretto che mi dici così, lo dici per attaccarti a qualcosa. Se dici così me ne posso anche andare”.
 
Il 16 giugno c'è stato il secondo tentativo di partire con un'altra compagnia. “Sabato tutti davano la responsabilità alla compagnia aerea che, a quanto riferito, sentendo la 'situazione' aveva impedito l'imbarco – scrive Elena –, ma il giorno dopo, prenotato un altro volo con un'altra compagnia, è apparso chiaro che l'impedimento veniva anche dall'aeroporto. Altri operatori che il giorno prima erano stati gentili e normali, domenica erano prevenuti, evasivi e scostanti. Poi, un'impiegata mai vista prima a cui chiedevamo un'informazione che non c'entrava col viaggio si è lasciata sfuggire 'Ah, ma voi siete quelle... ehm cioè che aspettate da tanto'. Inoltre due hostess di passaggio hanno mostrato di conoscere quello che era successo il giorno prima: buffo e inquietante”.
 
Due voli persi, una notte in hotel, ore di attesa. Ma soprattutto, scrive Elena, “siamo state trattate con paternalismo e arroganza, come casi medici, patologizzate, guardate come bestie strane. Ci sono state lanciate motivazioni confuse e contraddittorie, mentre ci facevano pesare il fatto stesso che eravamo lì. Passa il messaggio molto chiaro che se sei disabile tu con il tuo corpo sei un problema, un cliente di serie B a cui puoi dire qualunque cavolata senza conseguenze, con cui puoi giocare a fare i medici e i poliziotti. È questo il livello a cui si arriva con i clienti disabili”. (lp)

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