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Altalena “per tutti” vandalizzata, "falso problema dei giochi accessibili"

In un parco di Roma qualcuno ha divelto un'altalena per bambini con disabilità. La denuncia di due mamme: “Quell'altalena non ci è mai piaciuta, era già tutto previsto. Inserendo nel parco giochi attrazioni per bambini con disabilità non si crea integrazione, ma barriere psicologiche e sociali”

22 maggio 2019

ROMA – Quell'altalena “riservata” (con apposito cartello) ai bambini con disabilità, installata nel Parco Nemorense, non aveva riscosso successo. Sono passati quattro anni da allora e l'altalena è rotta, inservibile. Qualcuno l'ha divelta, per gioco o per dispetto. “E' ghettizzante – protestava durante l'inaugurazione Elena Improta, madre di un ragazzo gravemente disabile e all'epoca anche consigliera del Secondo Municipio - Una rondine non fa primavera.. e un'altalena accessibile non fa un parco giochi inclusivo!”, denunciava in un cartello. E oggi, come mamma innanzitutto ma anche come presidente dell'associazione Oltre lo sguardo onlus, torna a denunciare, insieme a Irene Gironi Carnevale, mamma di Tommaso: “Non crediamo che inserendo nel parco giochi una o più 'attrazioni' dedicate ai bambini con disabilità si inneschi un processo di integrazione, tutt’altro. In primo luogo ci sono per molti parchi giochi barriere architettoniche invalicabili e già questo è un problema che andrebbe risolto perché una barriera, lo dice la parola stessa, impedisce la comunicazione e l’accesso. Se io voglio che un bambino o un ragazzo con disabilità interagisca con gli altri, non serve, anzi è controproducente, che ci siano giochi solo a lui dedicati e solo da lui fruibili, perché anche questo crea una ulteriore barriera, quella più dura a morire: la barriera psicologica e sociale”.
 
L'atto vandalico quindi non è che l'esito di una progettazione poco pensata e di una decisione semplicemente sbagliata: “Lavarsi la coscienza con qualche migliaia di euro senza andare più a fondo è un inutile spreco di tempo e anche di denaro – denunciano Improta e Carnevali - Bisognerebbe preoccuparsi di una vera educazione alla diversità, ad intendere la disabilità come un pezzo 'normale' della nostra società, a incoraggiare i bambini a interagire con tutti gli altri bambini, mentre ci sembra che ci sia un orientamento totalmente diverso, un atteggiamento di esclusione che viene inculcato fin da piccoli, basta vedere cosa accade in una piscina per i brevetti di nuoto o su un campo di pallone, dove genitori invasati scaricano sui figli le proprie frustrazione, istigandoli a infierire sugli avversari, a essere 'i migliori' anche a costo di scorrettezze pur di primeggiare. E pazienza se si acciacca il compagno o se si rompe l’altalena dei 'bambini malati', bisogna essere comunque più forti, più violenti, vincenti”.
 
E dello stesso parere Loredana Fiorini mamma di Davide vice presidente Hermes Onlus: "Il problema è stato mettere un unico gioco, destinato ai bambini con disabilità, dentro un parco giochi in cui non cè di fatto accessibilità. Non si può pensare di fare integrazione senza dare ai ragazzi con disabilità la possibilità di accedere a tutti i giochi. Il parco giochi integrato non può essere un parco con un solo gioco accessibile. Altrimenti è prevedibile che il bambino o il ragazzo non disabile possa essere incuriosito e arrivi a danneggiarlo, perché a lui non serve. Il problema non è il bambino che lo ha danneggiato, né la mamma che non glielo ha impedito. Il problema è chi ha progettato quel gioco".
 
Per Silvia Leuzzi, mamma di Dario e socia dell'associazione Nuove Frontiere Ladispoli onlus, "il fatto che ci fosse un cartello che riservava il gioco ai ragazzi disabili, è una profonda ingiustizia nei confronti dei nostri figli, ghettizzandoli. Mio figlio Dario, che cammina anche se in modo strano, ai giardini ci è cresciuto, perché lì dopo un po' veniva accettato. Ma un cartello del genere crea un ghetto e questo non va bene". (cl)

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