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Quando la disabilità “fa guarire un imbecille”: la storia “virale” di Bussola

Lo scrittore e conduttore radiofonico ha incrociato su un treno e raccontato in un post l'incontro tra due passeggeri, uno disabile, l'altro no. Un incontro che inizia con un insulto sfuggito dalle labbra e si conclude con le scuse uscite dal cuore: “Mi scusi, sono stato un imbecille”. “Tranquillo, da quello si può guarire”

25 luglio 2018

ROMA – Un incontro, un diverbio, un insulto sfuggito di bocca, una scusa uscita dal cuore. Sono gli ingredienti di una storia semplice, che però è diventata virale, perché evidentemente ha qualcosa da dire. E da insegnare. E' la storia contenuta in un commento pubblicato su Facebook dal fumettista, scrittore e conduttore radiofonico Matteo Bussola. Una storia raccolta sul vagone di un treno: protagonisti due passeggeri, uno disabile, l'altro no.
 
“Sono su un treno regionale, sto andando a una presentazione del mio libro, fuori una pioggia obliqua cade contro i finestrini – racconta Bussola - Il treno ferma a una stazione di cui non leggo il nome, alla stazione sale un ragazzo disabile, lo portano su in tre. Il ragazzo è in carrozzina e ha il busto piegato in avanti da un'evidente malformazione. Lo spazio del vagone riservato alle carrozzine è occupato da due ingombranti valigie, il controllore dice a voce alta: 'Di chi sono questi bagagli?!' senza ottenere risposta, allora urla: "Di chi sono questi bagagli?!" e d'un tratto un uomo sui cinquanta si volta da due sedili più avanti, il controllore lo vede e gli intima: 'Li sposti subito, per piacere'. L'uomo sui cinquanta si alza, va a prendere le valigie ma lamentandosi col controllore che insomma, è un'indecenza, sul treno i suoi bagagli nel vano apposito non ci stanno e ora lui dove li mette”.
 
Nel frattempo, il ragazzo disabile viene assicurato, sulla sua sedia a ruote, con le apposite cinture: “fissa l'uomo senza dire niente – riferisce Bussola - Non capisco se la sua disabilità gli impedisca di parlare o se sia, semplicemente, stanco, di quel tipo di stanchezza di chi è purtroppo abituato ad assistere a reazioni come quella”. Una reazione che anche quando il controllore offre una soluzione per i bagagli incriminati, proponendo al passeggero di sistemarli su due sedili liberi. Dalle labbra dell'uomo sfugge, sussurrato, un commento che arriva alle orecchie di chi gli sta vicino: “Perché questi non se ne stanno a casa invece di andare in giro?”. Bussola lo sente, come pure una signora “sui settanta – racconta – seduta di spalle. Io mi sto sforzando di fare respiri profondi perché sto seriamente pensando di alzarmi e andare a mettergli le mani addosso – ammette Bussola - La signora sui settanta invece si alza, si volta, si piazza davanti all'uomo, gli dice: 'Lei si dovrebbe vergognare: perché non se ne sta a casa lei, invece di andare in giro e costringerci a sentire le sue sciocchezze? L'uomo guarda la signora da sotto in su, ha l'espressione di un bambino che è appena stato sgridato dalla madre".
 
E' a quel punto che l'uomo sembra riacquistare la lucidità: “Ha ragione – dice all'improvviso - Mi scusi, scusatemi tutti, sono stanchissimo e ho proprio esagerato". Poi, rivolto al ragazzo disabile: “Scusami davvero – dice - sono un imbecille”. Il ragazzo “alza gli occhi – riferisce ancora Bussola – 'Tranquillo – gli dice – Da quello se vuoi si può guarire'. L'uomo sembra sorpreso dalla risposta, il viso gli si apre in un sorriso, il ragazzo sorride anche lui. Si presentano, cominciano a parlare. Il ragazzo si chiama C., è un ingegnere informatico. L'uomo si chiama S., è un metalmeccanico pendolare – scopre e riferisce Bussola - Abitano a neanche dieci chilometri e non si erano mai incontrati. Oggi invece si sono 'visti', che mi pare una cosa assai più importante – commenta lo scrittore - Io guardo fuori dal finestrino, ascolto le loro storie a intermittenza, penso che questa situazione sarebbe potuta finire in tanti modi diversi e invece ho appena assistito a un piccolo miracolo. E mi viene in mente che per avvicinare gli esseri umani sarebbero sufficienti quasi sempre tre sole cose: un calcio in culo al momento giusto - da chi si assume la responsabilità di dartelo -, la capacità di chiedere scusa, un sorriso ricambiato. Basterebbe poco, davvero. Basterebbe ricordarselo”.

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