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Città e abitazioni non ancora a misura di anziano, poco accessibili. "Aggiornare le norme"

In Italia la popolazione anziana è in aumento e, anche se è proprietaria di 4 case su 10, gran parte degli edifici ha più di 70 anni e nel 76% dei casi manca l’ascensore. A fare il punto l’associazione Abitare e anziani (Auser, Cgil, Fillea-Cgil, Spi-Cgil e Sunia). “Occorre stabilizzare misure di sostegno a ristrutturazioni e sostenere buone pratiche”

12 gennaio 2018

ROMA - Aumenta la popolazione over 65 in Italia, ma le abitazioni, i quartieri e i servizi non sono ancora a misura d’anziano. È quanto è emerso durante i lavori del seminario su Standard edilizi e urbanistici per l’invecchiamento attivo organizzato dall’associazione Abitare e anziani (i cui soci ordinari sono Auser, Cgil, Fillea-Cgil, Spi-Cgil e Sunia) e tenutosi ieri presso la sala delle regioni Spi-Cgil a Roma. Un momento di incontro tra sindacati e associazioni, spiegano gli organizzatori, “per produrre i primi indirizzi di orientamento per un’iniziativa territoriale, ma anche per attivare interlocutori di merito ai vari livelli istituzionali”. Secondo l’analisi proposta da Claudio Falasca, direttore dell’associazione Abitare e anziani, ad oggi gli anziani rappresentano una bella fetta dei cittadini proprietari di casa in Italia. Tuttavia, andando a guardare i dati nel dettaglio, non mancano le preoccupazioni. Secondo Falasca, infatti, la popolazione anziana nel nostro paese vive in abitazioni di proprietà nell’80 per cento dei casi e sono proprietari di oltre il 40 per cento di tutte le case di proprietà. Il 70 per cento di queste case, però, ha più di 70 anni, il 20 per cento sono ancora più vecchie e solo il 10 per cento sono state costruite dopo il ’92. Non sorprende, quindi, che nel 76 per cento delle abitazioni di anziani non ci sia un ascensore.
 
Guardando al futuro, però, occorre pensare che la popolazione anziana aumenterà. Un fenomeno che sarà affiancato dall’aumento della popolazione in territorio urbano. Secondo Falasca, infatti, in Italia il rapporto tra anziani e popolazione oggi è di uno su cinque, ma tenderà ad assottigliarsi nel tempo. Inoltre, se oggi il 69 per cento della popolazione è urbana, nel 2050 questa percentuale crescerà fino al 78 per cento. Due fenomeni che, per l’associazione, possono avere un impatto sulle strutture di welfare, generare squilibri nel mercato del lavoro o portare anche alla frantumazione delle reti sociali. “In tutto questo - ha aggiunto Falasca - saranno gli anziani e bambini i soggetti sociali che più risentiranno di queste trasformazioni”. Per Falasca, inoltre, l’Italia è tra i paesi in cui questo processo trasformazione è evidente “tanto sul fronte della longevità, quanto su quello dell’urbanizzazione - aggiunge -. Tuttavia, di questo non c’è ancora sufficiente consapevolezza”.
 
A fronte di questo scenario, in Italia le normative di riferimento hanno già qualche anno sulle spalle. Il decreto ministeriale sugli standard urbanistici, infatti, ha 50 anni, mentre quello sulle barriere architettoniche ne ha compiuti 29. Norme che per Falasca sono “sufficientemente in grado di rispondere ai bisogni degli anziani”, ma non sempre attuate. Per questo, secondo Falasca, occorre intervenire “adeguando il patrimonio immobiliare degli anziani alle loro nuove esigenze - ha aggiunto -, promuovendo nuovi modelli abitativi capaci di soddisfare la crescita di domanda di domiciliarità, adeguando le strutture per l’ospitalità degli anziani non autosufficienti e i quartieri alle esigenze di una popolazione sempre più longeva”. A poter dare il loro contributo in questo senso sono, secondo Falasca, l’Inps e le aziende territoriali per l’edilizia residenziale. Due soggetti che, per il direttore di Abitare e anziani, potrebbero dare il proprio contributo “qualificando il patrimonio in loro possesso dotandolo di servizi indispensabili per un nuovo modello abitativo più inclusivo; proponendosi come protagonisti nei programmi di trasformazione del patrimonio pubblico in cui sono previste quote significative di social housing; facilitando il diffondersi di esperienze di coabitazione assistita; ponendosi come riferimento per i programmi di riqualificazione del patrimonio abitativo privato con servizi di assistenza e orientamento”.
 
Per Abitare e anziani, quindi, oggi è necessario intervenire innanzitutto stabilizzando “le misure di sostegno alle ristrutturazione del patrimonio immobiliare privato condizionandolo al rispetto di standard di qualità commisurati ai problemi di una crescente popolazione anziana", ma anche aggiornando "la normativa su standard e barriere adeguandoli alla nuova domanda sociale, infine sostenere le esperienze innovative e buone pratiche”. Per Falasca, inoltre, bisogna ripensare il modello di residenzialità nelle Rsa e intervenire anche sulla vita di quartiere superando “la casualità della localizzazione dei presidi sanitari e assistenziali, l’assenza di presidi sanitari per le cure intermedie, la rarefazione del commercio di prossimità, le vistose smagliature nella rete dei trasporti, l’assenza dei servizi di prima necessità”. Tra le proposte, inoltre, Falasca rilancia l’idea dello sportello Anziani abitare sicuri, attivando un diretto coinvolgimento delle amministrazioni territoriali. A sottolineare la necessità di un “intervento urgente” è anche Mina Cilloni, segreteria Spi Cgi nazionale, secondo oggi occorre “predisporsi alla costruzione di un progetto più generale incentrato sulla politica del benessere perché i cambiamenti sociali, demografici, economici e culturali ci spingono ad aggiornare l’analisi dei bisogni e delle speranze della gente, quindi delle regole che normano la nostra società”. (ga)

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