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L’inclusione, una possibile concessione?

Mi piacerebbe consigliarvi una lettura di approfondimento molto interessante, che sicuramente ci aiuta a riflettere sulla questione “le parole sono importanti” perché conferiscono senso e valore al mondo nel quale viviamo…

4 maggio 2021

Rieccoci… Torniamo a parlare di parole legate al concetto di diversità!
E a tal proposito, mi piacerebbe consigliarvi una lettura di approfondimento molto interessante, che sicuramente ci aiuta a riflettere sulla questione “le parole sono importanti” perché conferiscono senso e valore al mondo nel quale viviamo.
 
Mi riferisco all’ultimo lavoro dello scrittore Fabrizio Acanfora, dal titolo In altre parole. Dizionario minimo di diversità, pubblicato dalla casa editrice “Effequ, libri che non c’erano”, una sorta di vademecum per un uso adeguato della terminologia relativa ai concetti sulla diversità e l’inclusione.
 
Acanfora, a cui è stata diagnosticata la sindrome di Asperger all’età di trentanove anni, è coordinatore di un Master dell’Università di Barcellona e membro del Comitato Scientifico di un Master all’Università LUMSA di Roma. Tra le sue innumerevoli passioni vi è quella per la musica – infatti l’attivista napoletano è pianista, clavicembalista, e costruttore di clavicembali.
 
Come si legge nell’articolo sul portale d’informazione Superando.it, Fabrizio spiega l’idea alla base del suo libro: “Ho voluto mostrare quanto il linguaggio influenzi sia la percezione delle persone che vediamo come differenti da noi, che il modo in cui modelliamo la società nella quale viviamo, e che molte volte tende ad escludere chi ha caratteristiche nelle quali non si riconosce”.
 
Nella premessa, intitolata Contro l’inclusione, si affronta in maniera provocatoria il tema della disparità di potere che si viene a creare nel processo inclusivo tra maggioranza e categoria discriminata: “Il problema nel concetto di inclusione sta nel fatto che è un processo verticale: è un atto dal carattere fortemente paternalistico con cui la maggioranza “normale”, oppure “sana”, concede l’ingresso nel proprio gruppo a una minoranza o a un individuo percepiti come “diversi” […] C’è un forte squilibrio di potere tra chi include, che decide se e come farlo, e chi viene incluso, che vede questa possibilità come una concessione. Personalmente preferisco utilizzare una definizione più neutrale come convivenza delle differenze”, che presuppone una parità di dignità, diritti e potere tra maggioranza e minoranze, e soprattutto una mutua responsabilità tra le categorie”.
 
È interessante come Acanfora sottolinei nell’accezione di “convivenza delle differenze” l’aspetto della mutua responsabilità, da intendersi come un processo riguardante ambo le parti, che non deve ridursi a mero “permesso” a “gentile concessione” modulata nelle sue varie forme dalla maggioranza.
 
Tale presupposto è alla base dell’inclusione, ma ad oggi purtroppo molto spesso manca.
 
Rispetto alla cultura della disabilità sono stati mossi alcuni passi in avanti, ma se pensiamo ad altre forme di diversità che vengono marginalizzate (donne, omosessuali, transgender ecc.) l’inclusione può essere considerata mera utopia.
 
Sicuramente alcune categorie hanno privilegi notevoli e potrebbero sfruttarli al meglio per arginare la disparità dei poteri, ma l’inclusione rimane comunque un processo condiviso, che deve essere voluto da tutte le parti, ed è impegno anche da parte di chi viene escluso.
 
Dunque, e voi siete o non siete contro l’inclusione?
 
Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

di Claudio Imprudente

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