- Titolo:
- Antropologia della visione
- Autore:
- Marazzi A.
- Casa editrice:
- Carocci
- Data di pubblicazione:
- 2002
Possiamo essere davvero sicuri del fatto che ciò che vediamo sia l'esatta fotografia della realtà?
Da Aristotele ad oggi la predominanza del senso della vista ha opacizzato sempre più l'uso degli altri sensi, modificando significativamente la stessa fisiologia dell'occhio: l'attività della visione è costantemente in movimento ed interagisce ad un livello profondo con l'ambiente circostante.
Per quanto incomplete, le conoscenze che si hanno al riguardo ci informano del fatto che non esistono immagini fissate in maniera definitiva ma, al contrario, esiste la capacità dell'occhio di creare "illusioni" tali da rendere percettivamente completa un'immagine in movimento (per esempio lo spostamento di un corpo che cammina) o parzialmente mancante (un oggetto seminascosto).
Ciò che possiamo definire come intelligenza visiva è quella capacità di elaborare i dati della percezione diretta così da poter orientare il nostro comportamento.
"Con l'intervento consapevole dell'uomo, le illusioni cessano di essere tali e diventano un modo efficace per descrivere il mondo".
Antonio Marazzi descrive, attraverso le tecniche antropologico-culturali, un'analisi accurata dei "sistemi simbolici", che guidano il pensiero visivo occidentale, confrontandoli con quelli di realtà culturali "altre".
Un lavoro che spazia dall'arte figurativa al cinema, capace di mettere in crisi le certezze acquisite, l'arte stessa rivela gerarchie stabilite per distinguere tra "ciò che è bello e ciò che piace".
Il fruitore di arti visive è condizionato da una griglia interpretativa culturalmente predisposta.
"La rappresentazione visiva non è neutra", è essa stessa veicolo dell'ideologia dominante in una certa società. Focalizzare l'attenzione su come i corpi, le identità, si rendano visibili nei nuovi contesti, frutto del continuo mutamento culturale, può rendere più comprensibili le linee di comportamento che, spesso in maniera fulminea e tuttavia incisiva, segnano le nuove territorialità sociali.
Un invito ad imparare a guardare, decolonizzando la "visione" dominante.
Non più "vedere per credere", ma lasciarsi a percepire il mondo in un processo di comunicazione attivo e sorprendente.




