La delusione della famiglia Crisafulli nei confronti dei politici "che si dicono cattolici": "Dovrebbero vergognarsi di quanto non hanno fatto e di ciò che ci stanno spingendo a fare"

ROMA - "La nostra era una battaglia per la vita, ma non ci hanno dato le forze per portarla avanti. Tutti se ne sono fregati. Dicono di difendere la vita, ma la difendono solamente a chiacchiere: e infatti uno a uno, questi malati stanno tutti morendo". Con la rabbia e la sofferenza, c'è anche la delusione, cocente, nell'animo di Pietro Crisafulli. Per mesi e anni, la voce della sua famiglia si è alzata a fianco di quanti hanno sostenuto, nel dibattito pubblico sul fine vita (prima e dopo la vicenda di Eluana Englaro), la necessità di rispettare la dignità dell'esistenza umana, di ogni esistenza umana, anche di quella più sofferente e malata. Un impegno personale e sociale, ma anche culturale, portato avanti insieme ad associazioni, politici, semplici cittadini, schierati "per la vita" e non per la morte.
La prima domenica di febbraio, ogni anno, la Chiesa italiana celebra la "Giornata per la vita", da oltre trent'anni occasione di riflessione sul primo diritto inviolabile per ogni essere umano, il diritto alla vita. Per un tragico contrappasso, nel calendario stilato dalla famiglia Crisafulli, la giornata del prossimo 7 febbraio precede di appena due giorni quello stabilito per dare la morte a Salvatore. "Sono stato un battagliero per la vita, come loro, ma ora ci hanno perso: non andrò più a nessun convegno, non parlerò più di vita, ma solo di morte. L'eutanasia la sta facendo lo Stato, e tutti questi chiacchieroni della vita non sanno fare altro che spendere parole. Tante parole e mai che facciano qualcosa. Il nulla!". Il messaggio è indirizzato anche e soprattutto ai politici: "Non ci aiutano, non ci sono soldi: parlano di difesa della vita, ma questi politici che fanno finta di essere cattolici dovrebbero stare zitti e muti, perché le cose bisogna viverle sulla propria pelle. Non possono fare i sordi, non possono continuare a parlare di vita quando queste persone vengono abbandonate. Questa che viviamo non è vita: tutti loro si dovrebbero vergognare di quello che non fanno e si dovrebbero vergognare di quello che ci stanno spingendo a fare".
I Crisafulli si sentono traditi, abbandonati, usati. Da oltre oceano, i genitori di Terry Schiavo, la donna statunitense morta contro il loro volere nel marzo 2005 dopo una lunga battaglia legale sulla sospensione dell'alimentazione, continuano a trasmettere accorati messaggi di vicinanza ai Crisafulli. "Ma noi non ce la facciamo più", sibila Pietro. Gli Schiavo sono i presidenti onorari dell'associazione "Sicilia risvegli onlus", voluta da Crisafulli non più di due mesi fa. "Mi dimetterò da presidente", dice Pietro, consapevole che quanto ha in mente di realizzare in Belgio contrasta apertamente con lo spirito e lo statuto stesso dell'associazione da lui stesso voluta. Neppure la stampa, neppure i giornalisti stavolta gli sono stati amici: "Molte promesse, ma finora quasi nessuno ha scritto nulla". Qualcuno, addirittura, ha pensato di andare al sodo, di fatto "prenotando" un posto in prima fila, in Belgio. Per scriverne solo allora, quando Crisafulli sarà sulle pagine di tutti i giornali e sarà diventato una notizia. Rischio strumentalizzazione: altissimo. "Lo so perfettamente -dice Pietro- ma questa non è vita: vogliono venire? Che vengano! Possono dire e scrivere tutto quello che vogliono. L'eutanasia c'è già così: è tutto il sistema che è sbagliato". (ska)
(28 gennaio 2010)








