Dopo tre anni il tribunale dà ragione al padre di un ragazzo disabile, che aveva denunciato il comune di Pavia. Per frequentare il centro diurno il calcolo non va fatto sul reddito dei familiari o del tutore. Ne parla La provincia pavese in un articolo di Anna Ghezzi

PAVIA. Ci sono voluti tre anni ma alla fine il Movimento Consumatori presieduto da Gianni Ambrosini ha ottenuto una sentenza storica nel contenzioso tra Arek Filibian, padre di un giovane disabile grave e il comune di Pavia, denunciato nel 2006. "La sentenza, per la prima volta emessa da un tribunale civile e non amministrativo, stabilisce una volta per tutte che in caso di disabilità grave l'unico tenuto a pagare la retta del Centro diurno è il disabile stesso e non sono né i parenti né il tutore", spiega Alessandra Morlotti, l'avvocato che si è occupato della causa. Perché si tratta di una sentenza storica?
"Perchè costituisce un precedente che potrebbe porre fine all'arbitrio che finora c'è stato nel decidere a livello comunale il pagamento delle rette. La legge 109 del 1998 per dare una mano alle famiglie dei disabili gravi che avessero tenuto il figlio a casa garantiva che l'assistenza del centro diurno sarebbe stata pagata in relazione al reddito del disabile stesso e non della famiglia» spiega Morlotti. La storia infinita di Arek Filibian e dei diritti di suo figlio è iniziata nel 2003, quando si è rivolto al Movimento consumatori perché, vista la legge, pensava di non dover pagare l'assistenza per il figlio, disabile al 100%. Spiega Ambrosini: "Siamo andati prima da Contrini, poi da Minella, allora assessori, per chiedere che prendessero posizione. Ma hanno temporeggiato, facendo finta che la situazione non esistesse, non pretendendo il pagamento né dicendo che non doveva esserci. Poi lo stesso è avvenuto con Brendolise: Arek Filibian non pagava da tre anni ma nessuno diceva nulla". Arbitrio totale, come dire che se si protesta non si paga, altrimenti sì. "Abbiamo infine ottenuto che il Comune mandasse la cartella esattoriale", continua Ambrosini.
La cartella è arrivata il 9 agosto 2006 con 2.600 euro di arretrati e 30 giorni per impugnarla. Nel frattempo il movimento consumatori ha inviato lettere al Prefetto (9 marzo 2006), al garante della Privacy per una lettera inviata dal dirigente dei servizi sociali asseriva,che "in base ai conteggi effettuati, il nucleo famigliare ha capacità economica per contribuire alla frequenza del centro diurno", nonostante non fosse stata data alcuna liberatoria per accedere ai dati economici della famiglia. Il 5 giugno 2007 era stato il turno dell'allora ministro Ferrero, e il 22 febbraio dello scorso anno anche del presidente della Repubblica. "Non abbiamo ottenuto alcuna risposta, se non dal garante della privacy: le istituzioni hanno ignorato il problema e a livello locale, quando abbiamo proposto di risolvere la questione a un tavolo, abbiamo trovato un muro di gomma. Siamo stati costretti alla denuncia", continua Ambrosini. La denuncia però è andata a buon fine: si tratta della prima sentenza nazionale emessa da un tribunale ordinario che dà una lettura chiara dei diritti e dei doveri del disabile grave e sancisce che per calcolare la retta del centro diurno dovrà essere preso in considerazione il suo reddito personale. Chi, disabile grave con reddito minimo ha in questi anni pagato le rette, potrà fare ricorso per ottenere un rimborso anche se, avvertono al movimento consumatori, "ogni situazione va valutata singolarmente". (Anna Grezzi- La provincia pavese)
(27 aprile 2009)




