Un concorso al ministero e un ricorso (vinto) al Consiglio di Stato non bastano per conquistare il diritto al lavoro. Fra cartacce, memorie, interrogazioni parlamentari, lettere al governo e al presidente della Repubblica, timbri e numeri di protocollo, la storia di Lidia Rita Bonomo. Con il nodo telelavoro e la voglia di non smettere di lottare

ROMA - "Credo stiano ormai solo aspettando che io muoia, così non li disturberò più e finalmente potranno stare tranquilli". Ogni tanto, nelle parole di Lidia Rita Bonomo, affiora un pizzico di rassegnazione. Ma la tempra è quella di chi non riesce a vivere senza provarci, di chi insiste fin oltre l'immaginabile, di chi prova, senza tregua, a giungere ad una soluzione. Carte e cartacce, ricorsi e memorie, interrogazioni parlamentari, lettere al governo e al presidente della Repubblica, timbri e numeri di protocollo: 57 anni di vita, almeno dieci passati da avvocata di se stessa, nella infinita lotta per un posto di lavoro. Un concorso perso, poi vinto, poi nuovamente svanito, con la chimera di un telelavoro, la sfortuna di una malattia, la tenacia di chi non ha voglia di arrendersi. E continua a chiedere.
Anche la signora Lidia, come molte altre persone con disabilità, ha sempre avuto un obiettivo: lavorare. Lo fa per qualche tempo, come precaria, nella Pubblica amministrazione: ha un diploma da ragioniera, ma se la cava anche in altre mansioni. Mette da parte un altro diploma, quello di operatore informatico, e la qualifica di centralinista. Nel 1998, la svolta: un concorso per l'assunzione di personale delle categorie protette al ministero dei Beni culturali. Qualcosa però va storto e nella graduatoria si vede sopravanzata da altri concorrenti. Lei non si fida e scopre che i vincitori ufficiali non hanno rispettato le indicazioni del bando nella presentazione della documentazione attestante la disabilità. C'è spazio per un ricorso e dopo una lunga trafila burocratica il Consiglio di Stato accoglie le sue tesi: è il 2001, e il passo decisivo sembra fatto. La lentezza, si sa, fa parte della Pubblica amministrazione, ci vogliono ancora altri tre anni prima che la signora Lidia si veda chiamare per la firma del progetto formativo di orientamento, un periodo di cinque mesi che dovrebbe precedere l'assunzione a tempo indeterminato. Il profilo professionale è quello di addetto ausiliario dell'area A1 del ministero, ma in parole semplici la signora Lidia è chiamata a fare proprio la centralinista. Ci si mette però di mezzo la malattia e la donna non ha modo di frequentare personalmente il tirocinio: chiede allora, in alternativa, il telelavoro e con esso la possibilità di completare l'iter formativo da casa: la mansione, del resto, sembrerebbe poter consentire tale eventualità. E in fondo, ragiona la signora Lidia, è la stessa legge 68/99, quella sul collocamento obbligatorio, che all'art. 4 comma 3 ricomprende l'inserimento del telelavoro tra le tipologie contrattuali che consentono l'assolvimento dell'obbligo di riserva dei posti a persone con disabilità. Per il ministero, però, il telelavoro non si può fare e il risultato, con il tirocinio non frequentato, è uno solo: decadenza dal diritto. È la fine di un sogno che era già diventato realtà e sfuma all'improvviso, senza che si possa far nulla per impedirlo.
Al ministero, ruotano le gestioni politiche, cambiano i dirigenti, ma la risposta è sempre la stessa. La signora Lidia non ci sta, sostiene di aver diritto al telelavoro, ritiene di avere acquisito il posto di lavoro e non lo vuole mollare. Sa bene che, per lei, è una necessità non solo economica, ma anche umana. "È il potersi sentire produttivi, è il poter dire che si lavora e che si è capaci di badare a se stessi". Dal ministero confermano che "il superamento del tirocinio prelavorativo costituiva il presupposto per poter conseguire il diritto all'assunzione definitiva" a tempo indeterminato e che "la richiesta di effettuare il tirocinio con la modalità del telelavoro non può essere accolto sia perché tale misura organizzativa non è stata attuata presso questa Amministrazione sia perché le mansioni specifiche dell'addetto ausiliario non possono assolutamente rientrare in tale tipologia organizzativa".
A leggere le argomentazioni del dicastero dei beni culturali, la signora Lidia si rende conto che non poggiano su considerazioni inattaccabili: che il mestiere del centralinista non possa svolgersi da remoto è tutto da dimostrare (e anzi, non dovrebbe essere difficile provare il contrario) e quanto al fatto che il ministero non ha mai attuato tale "misura organizzativa", questo non costituisce certamente un impedimento a che si possa cominciare a farlo d'ora in avanti. Tanto più poi che - sostiene la donna - il Ministero nel contratto collettivo del 12 luglio 2001 (Titolo VIII, art.40) prevede proprio, il telelavoro (anche se, le precisano i funzionari, la regola vale "solo per i dipendenti", dunque non per lei). Per controbattere le argomentazioni da "Azzeccagarbugli" proposte dal ministero, però, occorre muoversi con competenza e rigore, e la signora Lidia avvocato non è e un avvocato non se lo può permettere. I soldi le servono per vivere, per mangiare, per pagare il mutuo. Lei continua ad insistere, telefona sempre al ministero, chiede aiuto ai giornali e alle televisioni, minaccia scioperi della fame che inizia e poi sospende perché tanto "nessuno ascolta" e "mi avrebbero fatta morire di fame". Un'interrogazione parlamentare presentata dal verde Pecorario Scanio (è il 2004) non sortisce particolari effetti.
Il tempo passa, e passa inutilmente. Nell'ultimo anno, la signora Lidia perde anche l'anziana madre, che muore dopo aver vissuto insieme a lei per decenni in un appartamento del Tuscolano, a Roma: oggi la donna vive sola, con il pensiero rivolto alla grande occasione di una vita che è sfuggita via. Per l'assistenza e l'aiuto a casa, dal decimo municipio si aspetta una risposta a breve termine; per la pensione di reversibilità del padre, la lotta è aperta - e da oltre 15 anni - anche con l'Inps, che non le riconosce ciò di cui lei invece ritiene di aver diritto, visto che il genitore lavorò, così afferma, per 38 anni come impiegato, versando regolarmente i contributi.
E così, ora, la sensazione è quella di una "situazione tragicomica" in cui "ogni persona con la quale parlo scarica il mio caso su un'altra istituzione: dal ministero mi dicono che non è possibile che l'Inps non mi riconosca la reversibilità, all'Inps sostengono che il municipio dovrà pur garantirmi assistenza, al municipio notano che se il ministero dei beni culturali mi concedesse il telelavoro molti dei miei problemi finirebbero". "Sono angosciata - sottolinea la signora Bonomo - e non trovo vie di uscita: ho scritto nuovamente al presidente della Repubblica, continuo ogni giorno a chiamare i Beni culturali e ogni giorno prendono tempo, non mi fanno parlare con i responsabili, mi dicono di aspettare". Ma per loro, del resto, la questione è chiusa. "Una causa? Ci vogliono soldi e anni, e io certamente i primi non li ho. E probabilmente - sospira - nemmeno i secondi". "Oggi vivo da sola in casa, e non posso muovermi da qui: vivo praticamente rinchiusa nelle mie quattro mura, ma vorrei poter vivere una vita dignitosa, con un lavoro e uno stato d'animo sereno. Cosa che invece non mi è concessa". "Non chiedo la luna, chiedo solamente di poter lavorare, di poter occupare il posto che ho vinto con quel concorso: non chiedo provvedimenti speciali, non chiedo di infrangere la legge, ma chiedo solamente che venga applicata, visto che essa (la 68/99) prevede esplicitamente il telelavoro". "Se poi proprio non mi vogliono - concede la signora Lidia - se poi proprio non vogliono farmi lavorare, che è quello che chiedo da sempre e che vorrei fare, perlomeno mi mettessero nella condizione di vivere, per lo meno di dessero comunque un'entrata monetaria, una sorta di vitalizio, per poter vivere in modo più dignitoso, anche senza lavoro. Anche se è questo che io potrei e vorrei fare: lavorare". (Stefano Caredda)
(5 luglio 2009)




