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Interviste e personaggi

Eluana. Pietro Pellillo: "Aperti i cancelli all'aridità dell'animo"

L'uomo, disabile grave affetto da Sla, sulla vicenda della donna in stato vegetativo: "Quando sarò costretto al sondino gastrico vivrò nel terrore che qualcuno o qualcosa decida della mia vita: i sogni si infrangono contro il muro della rassegnazione"

primo piano di una mano di un malato di Sla

ROMA - "Abbiamo spento una scintilla di vita" e "da laico prego perché Eluana Englaro possa avere quella pace d'animo che noi, esseri umani buonisti, falsamente discreti, solidali a parole, non abbiamo saputo e voluto darle". Così Pietro Pellillo, un uomo con grave disabilità, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, riflette sulla morte della donna in stato vegetativo per 17 anni. "Già ora non posso nutrirmi se non supportato completamente dalla mia famiglia e - dice manifestando una paura più volte messa in risalto dalle persone con disabilità - in tale contesto, quando sarò costretto al sondino gastrico vivrò nel terrore che qualcuno o qualcosa d'istituzionale decida della mia vita".

Pellillo mette in evidenza la sua "incrollabile certezza che la massima espressione umana sia la libertà personale" e si augura che "venga subito votata la legge per il testamento biologico" in modo da "poter stabilire a mente lucida e concreta che, di fronte al capolinea motorio, quando la mia mente si affievolirà e si arrenderà all'insormontabile blocco fisico, allora e solo allora, di fronte a questo nulla che è concetto del tutto personale, vorrò, chiederò e stabilirò la necessità per me di morire". Ma - mette in evidenza Pellillo ricordando le modalità con le quali la volontà di Eluana è stata ricostruita in modo presunto - "sarà una mia scelta ponderata, reale, sofferta, sciagurata per mia moglie e i miei figli". Infatti, scrive l'uomo, "decodificare la realtà attraverso una pulsione sociale ed istituzionale di una verità presunta attribuita alla persona, senza che questa abbia mai avuto la possibilità di esternarla è, secondo me, un'aberrante anomalia che apre i cancelli alla aridità d'animo".

Pellillo, per il quale "la malattia, nelle sue forme gravi, è un aspetto destabilizzante della libertà personale", confida di non avvertire di avere una vita sfortunata, "anche se qualche dubbio, spesso, anzi spessismo, è affiorato e affiora". "Ma non sento - dice - che la mia vita è finita". E rivolgendosi direttamente alla donna morta a Udine, afferma: "Cara Eluana, nel determinismo della tua vita che non hai potuto esprimere compiutamente (quantitativamente parlando) essa s'è interrotta, o più precisamente è stata interrotta, al di fuori delle tue pulsioni passionali ed emotive: se ti emozionavi, non avverrà più; se sognavi, non avverrà più; le tue sensazioni, se ne provavi, sono state costrette all'aridità. Io prego, da laico, perché tu possa avere quella pace d'animo che noi, esseri umani buonisti, falsamente discreti, solidali a parole non abbiamo saputo e voluto darti. Tante preghiere saranno innalzate e celebrate in nome tuo. Mentre ti scrivo dettando le mie parole, nella desolazione della privazione della dignità del vivere per la quotidiana e ordinaria follia umana e sociale, lo spirito sembra dire: non voltarti indietro se no soffrirai al ricordo. Ed io dico: non riesco a guardare avanti, dove i sogni s'infrangono contro il muro della rassegnazione. Ma la scintilla ormai è stata spenta". (ska)

(10 febbraio 2009)

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