L'annuncio della regione, mentre si discute il piano sanitario, suscita la reazione dell'Asgi che parla di una scelta "dettata esclusivamente da motivazioni politiche, contrarie agli interessi generali della collettività"

TRIESTE - Chiudere gli ambulatori dedicati ai cittadini stranieri irregolari? La regione Friuli Venezia Giulia ha annunciato in questi giorni l'iniziativa, mentre in consiglio si discute del piano sanitario regionale. E l'Asgi (associazione studi giuridici sull'immigrazione) friulana si scaglia contro il progetto. Guardando alle leggi in vigore, l'associazione sottolinea che "la norma regolamentare dispone espressamente che nelle programmazioni aziendali siano individuate le modalità concrete per garantire ai cittadini stranieri l'accesso alle cure e ciò in considerazione della particolare condizione di tale fascia della popolazione".
Secondo gli esperti è indispensabile, infatti, la presenza di personale medico e sanitario che abbia specifiche competenze nella "medicina delle migrazioni" e di mediatori linguistici, "anche nell'interesse dell'individuazione e cura di patologie che, se non tempestivamente individuate, possono essere fonte di pericolo non solo per i diretti interessati ma anche per la collettività in generale". Ed è per questo che è considerato "del tutto incongruo e fuorviante invocare un principio di parità di trattamento tra stranieri irregolari e cittadini nell'accesso alle prestazioni d'urgenza, per sostenere che gli ambulatori per i primi costituirebbero quasi una forma di privilegio a danno dei cittadini italiani". Nel valutare l'iniziativa del Friuli Venezia Giulia, l'associazione spiega che "non avrebbe alcun serio fondamento giuridico, ma sarebbe dettata esclusivamente da motivazioni politiche contrarie agli interessi generali della collettività e al buon andamento e funzionamento dei servizi pubblici". L'Asgi chiede pertanto che la programmazione dei servizi sanitari rivolti ai cittadini stranieri non in regola venga mantenuta, "dal momento che si è rivelata efficace sia sotto il profilo della salute individuale e collettiva sia della congruità tra servizi resi e spese sostenute". (Giorgia Gay)
(9 marzo 2010)




