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Reality con i disabili: quando la voglia di partecipare rappresenta un diritto

Sul caso “Miss Ability” le riflessioni di Maria Cristina Pesci, psicoterapeuta disabile bolognese. “Strumentalizzazione e ghettizzazione in tv sono un rischio. Ma la voglia di “esibirsi” e di essere al centro dell’attenzione va inserita fra i diritti dei disabili”

Il disegno di una tv che presenta un reality showROMA - Rischio o opportunità? Strumentalizzazione o divulgazione? Il reality "Miss Ability", che in Olanda con grandissimo successo ha posto sotto i riflettori alcune ragazze su sedia a ruote alle prese con un concorso di bellezza, un obiettivo certamente lo ha raggiunto: scatenare il dibattito sul tema "E' giusto/utile mostrare la disabilità in un programma di intrattenimento?". Un confronto animato che in Italia si è intensificato dopo la notizia circolata sui giornali che i diritti del programma sono stati acquistati da un autore televisivo, Fabrizio Rondolino che intende riproporre il format nel nostro Paese, con qualche modifica anche a sfondo "educativo". Maria Cristina Pesci, psicoterapeuta e sessuologa disabile, impegnata a Bologna nell'associazionismo di settore, vede il caso fra luci ed ombre.

Dottoressa, prima di tutto, lei parteciperebbe ad un reality simile a "Miss Ability"?
Assolutamente no. Principalmente perché, disabilità a parte, non amo questo genere televisivo.

In generale che ne pensa dell'idea di un reality con i disabili come protagonisti?
Il rischio di ghettizzazione, in questo caso, è altissimo. Soprattutto se il gruppo è composto da sole persone disabili. Non si vede il dialogo, il confronto, la similitudine fra individui che vivono condizioni diverse. Non c'è la sovrapposizione di vite, sentimenti. Assente risulta, insomma, il tentativo di vera integrazione. "Integrazione", una parola che non passa mai di moda, ma che rischia di perdere significato se non si concretizza nel reale tentativo di scambio e confronto. La strumentalizzazione è l'altro rischio, perché la televisione per sua natura ce l'ha in seno.

Qualcuno pensa che, proprio questa "strumentalizzazione", potrebbe essere il grimaldello per scardinare pregiudizi e silenzi. Per gettare luce su una condizione spesso sommersa, dare finalmente un'immagine "positiva" del disabile…
Certo, potrebbe infrangere il velo dell'indifferenza. Porterebbe alla luce la vita quotidiana di alcune persone disabili, aprirebbe uno squarcio sull'"invisibilità". Ma il tema è talmente delicato e pieno di sfumature, che si rischierebbe facilmente di scadere nella retorica o nella superficialità, proponendo un'immagine troppo drammatica o troppo legata alle "vittorie" e alle "abilità" di chi partecipa. La vita di un disabile è realmente legata a molte battaglie e fatiche quotidiane. Questa fatica non va nascosta, né dimenticata, ferme restando le conquiste. Credo che un disabile, in generale, all'interno della propria vita si trova sempre a fare i conti con la sua "diversità". E' chiaro che un'esperienza come il reality ad alcuni potrebbe dare parzialmente l'idea di essere considerati, anche in termini positivi….

Però…?
Però ritengo che il cammino di civiltà che dobbiamo imparare a fare è quello di considerare il disabile come persona che "è" prima di persona che "fa" o "sa fare" . La persona con disabilità, come ogni individuo umano, vive di equilibri precari, in continua evoluzione. Equilibri che rappresentano il benessere interiore. A mio avviso occorre "saper essere" e non necessariamente "saper fare"… E questo significa una continua ricerca. Un individuo ha valore anche se non ha particolari abilità. La vera dignità sta nel non dover necessariamente dimostrare di saper fare qualcosa…

Mi faccia capire. In quest'ottica, quindi, il reality rischia di dare l'immagine deformante di un disabile a tutti i costi "vincente", abile, forzatamente ottimista?
Esattamente. Fermo restando che l'ottimismo è un buon valore, come la capacità di lottare. Ma un gruppo di persone così non può farsi bandiera di tutti i disabili. Ci sono persone più deboli, meno "abili" e ottimiste, che vivono la loro condizione in modo diverso. Non per questo devono essere considerate derelitte, "perdenti" o prive di valore. La disabilità non è una "categoria". I disabili sono persone tutte diverse, con le loro storie personali, fatte di connotazioni caratteriali del tutto particolari, come ogni altro essere umano… Dunque, non amo troppo i "portatori di bandiere" che, spesso, fanno apparire, nel bene o nel male, di un solo colore la condizione del disabile.

Nel reality olandese le ragazze protagoniste raccontavano le loro storie, il loro personale approccio alla vita e alla disabilità…
Certo, un elemento apprezzabile del programma. Ma non dimentichiamo il substrato sociale su cui si è innestato il format. Negli altri Paesi europei la condizione del disabile è molto diversa da quella esistente in Italia. Anche se confortata da servizi eccellenti, in altre nazioni la situazione delle persone con disabilità è "ghettizzata", parcellizzata: ogni disabile vive nel suo piccolo mondo, lontano dal resto della società. Tutto funziona in modo efficiente, ma è un sistema che tende ad isolare più che ad integrare. L'Italia invece sul concetto di integrazione è decisamente all'avanguardia, nonostante ci sia molta strada da fare su tantissimi fronti. Da noi la filosofia dell'inclusione è ormai acquisita, è parte fondante di ogni progetto o iniziativa. Su questo anche il nord Europa, notoriamente più civilizzato, ha da imparare da noi. Dunque, un programma di questo tipo nel nostro Paese dovrebbe basarsi su prerogative diverse.

Potremmo dire allora che, per un disabile, poter avere anche solo la possibilità di scegliere se partecipare o meno ad un reality, è da considerarsi una forma di democrazia, di allargamento dei diritti, anche su temi non condivisibili da chiunque?
Decisamente sì. Questa è la giusta ottica in cui vedere la questione. Pari opportunità in senso assolutamente lato, anche non se condivisibili. Stiamo a vedere che cosa succederà. (Paola Simonetti)

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