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Reggio Emilia, la pet-therapy entra in carcere

Un cane può aiutare a guarire un detenuto con disturbi psichiatrici? Sì secondo Marco Baracchi, educatore e istruttore cinofilo, da nove anni impegnato all'Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia

Marco Baracchi con i suoi cani

REGGIO EMILIA - Conosciuto da tutti come il migliore amico dell'uomo, un cane forse può essere anche il suo terapeuta. E' quanto emerge dall'esperienza della pet-therapy che a Reggio Emilia ha trovato applicazione anche all'Ospedale psichiatrico giudiziario.  All'interno della struttura opera Marco Baracchi, educatore e istruttore cinofilo di Reggio Emilia. Ogni anno, insieme ai suoi colleghi, tiene un corso di sei mesi con i detenuti. Ad aiutarlo Vito, Zoe e Artù, i suoi tre cani titolari di uno speciale patentino che li abilita alla zooterapia." Sfruttiamo il rapporto uomo-animale - sostiene Baracchi - per provare a migliorare la qualità della vita dei detenuti. Ogni anno registriamo risultati importanti".

La pet-therapy rientra nell'ambito della zooantropologia, è nata negli anni sessanta con gli studi dello psichiatra Boris Levinson e ha avuto ormai un ampio riconoscimento scientifico. Le esperienze dimostrano che può essere utile per promuovere le occasioni relazionali, diminuire lo stress e attenuare gli stati d'ansia e frustrazione, rafforzare l'autostima e la cura di se stessi, stimolare la motivazione dei pazienti nei confronti del proprio percorso riabilitativo. I benefici della relazione uomo-animale vengono sfruttati anche all'interno di altre sedi come le comunità per il recupero di tossicodipendenti, le case di riposo per anziani e le strutture dedicate ai disabili.

La pet-therapy, dunque, come strumento per alleviare le sofferenze e favorire gli aspetti relazionali della vita di un detenuto. È esemplare il caso di un detenuto straniero che per un anno non è mai voluto uscire dalla cella, ha sempre rifiutato di lavarsi e di instaurare qualsiasi tipo di relazione. "Dopo un mese e mezzo di pet-therapy - racconta Baracchi - ha trovato il suo cane di fiducia, ora lo porta a fare una passeggiata, se ne prende cura. La sua vita è migliorata. Ha iniziato a lavarsi e a essere più sereno. Il cane lo ha aiutato ad avere più cura di se stesso".

" Molti detenuti - continua - cominciano a prendersi cura dei cani ed escono più volentieri dalla cella per trascorre l'ora d'aria con il loro amico a quattro zampe, per dargli da mangiare o spazzolarlo. Questo è già un risultato importante". I risultati positivi si registrano anche fuori dal carcere. Alcuni detenuti, dopo aver scontato la loro pena, si sono impegnati nel mondo della cinofilia, trovando un lavoro, ad esempio, nei canili comunali. Marco Baracchi è anche autore di un libro dedicato al rapporto fra il cane e il suo padrone. Si intitola "Insegnandogli, rispettandolo" (Miraviglia, 2010) e raccoglie una serie di consigli ed esempi pratici per l'educazione dei cuccioli nel rispetto delle loro esigenze. (ml)

(5 marzo 2010)