Il padre del celebre commissario Soneri ne "Il paese di Saimir" abbandona per una volta il suo eroe poliziotto per una storia noir dai forti toni sociali: il dramma di un operaio clandestino sepolto sotto le macerie e raccontato da tanti punti di vista diversi

BOLOGNA - Gli appassionati del giallo all'italiana lo considerano, con affetto, una sorta di Simenon padano. Un paragone che a uno scrittore timido e dai modi gentili come Valerio Varesi, giornalista di "La Repubblica" e padre letterario del celebre commissario Soneri, magari imbarazzerà. Eppure questo cinquantenne dalla rotonda erre parmense è stato capace (come pochi altri) di creare un personaggio che - alla stessa stregua del grande Maigret nella sua Parigi o del siculo Montalbano - riesce a trovare nelle "psicologie", negli umori e nei sapori della sua terra (terra di "nebbie e delitti", verrebbe da dire, per citare la bella fiction televisiva interpretata da Luca Barbareschi) le chiavi per svelare gli intrighi che gli capitano tra capo e collo. Eppure quest'intervista a Varesi, per una volta, non riguarderà il suo famoso e melanconico poliziotto. Bensì il suo nuovo - e importante - "Il paese di Saimir", (Edizioni Ambiente - Verde Nero), opera in cui l'autore esplora un'altra particolare, eppure essenziale, dimensione del noir. Lasciando, infatti, da parte moventi e colpi di scena criminali, lo scrittore vira decisamente sui toni della denuncia sociale - aspetto pure assai caro a questo genere letterario - raccontando una storia tanto semplice quanto quotidiana: quella di Saimir, appunto, ragazzo albanese di diciassette anni, operaio clandestino, che rimane sepolto tra le macerie dopo il crollo di un palazzo.
Valerio, gli infortuni sul lavoro diventano il tema-cardine di un romanzo che ha un forte sapore di denuncia...
Il romanzo mi è stato proposto da Alberto Ibba e mi è piaciuta subito l'idea di partecipare a una collana dove le storie, insieme ad un tratto "estetico" molto forte, avessero un altrettanto forte tema portante. Tra i vari argomenti che potevo affrontare ho scelto quello delle morti bianche: forse perché io stesso sono figlio di un invalido del lavoro e mi piaceva raccontare una morte bianca di oggi".
C'è un episodio al quale ti sei ispirato in particolar modo per questa storia?
Ci sono stati fatti simili a questo, ma che non si sono svolti esattamente così. Ho utilizzato spezzoni di realtà per creare un'altra realtà che, purtroppo, non è un'invenzione ma, alla fine, resta qualcosa di drammaticamente vero. Ricordo, per esempio, la vicenda di un immigrato che cadde da un'impalcatura: essendo clandestino, venne preso e buttato in un fosso affinché lo si credesse investito da una macchina.
Da giornalista che vive immerso nella cronaca che considerazione hai delle morti sul lavoro?
Anche se le statistiche ci dicono che l'andamento degli infortuni mortali è fortunatamente in calo, il fatto che ogni anno se ne registrino sempre intorno ai 1.200 casi ci fa capire la portata drammatica di questo fenomeno. Il problema alla base credo sia sempre lo stesso: il tentativo di limitare quanto più possibile i costi da parte delle aziende, che si traduce inevitabilmente in una rinuncia alla sicurezza a favore dei lavoratori. Mettere un estintore o una barriera protettiva in meno, assumere persone non in regola (magari clandestini sottopagati e trattati come schiavi), non riconoscere contributi, ferie e malattie oggi diventano, spesso, i tratti insopprimibili di un'imprenditoria vincente. E la moneta cattiva, così, scaccia quella buona, producendo un mercato che si adegua lentamente a questo tipo di malcostume".
Che esperienza di scrittura hai avuto con questo libro?
L'ho realizzato in poco tempo, come se avessi la storia "sotto la pelle", pronta ad uscire. Anche la struttura che ho scelto è diversa dai miei soliti lavori, perché ho scelto un romanzo a più voci, dove la vicenda è osservata da punti di vista divergenti: da Saimir, che sta sotto le macerie, alla sua famiglia rimasta in Albania, all'imprenditore senza scrupoli, al capomastro che è costretto ad obbedire e cerca di guadagnarci il più possibile, ai tre compagni di lavoro della vittima, a un malavitoso albanese che coglie questa occasione per ordire un ricatto e fare a sua volta dei soldi.
Tu sei figlio di un invalido del lavoro. Come hai vissuto questa tua personale condizione familiare?
L'incidente capitato a mio padre cambiò tutta la vita della nostra famiglia. I miei genitori erano emigrati a Torino dall'Appennino parmense verso la metà degli anni Cinquanta. Mio padre lavorava in un'azienda che faceva parquet: dallo scaricamento dei tronchi di legno dal treno alla messa in posa dei listelli. Io avevo tre anni quando cadde dal vagone ferroviario e si ruppe la testa, subendo diversi traumi. Per un paio di anni non ha potuto lavorare, costringendo la mia famiglia a ritornare a Parma e a ricominciare da lì, perché avevamo bisogno di aiuto. Il rischio per un nucleo famigliare, in questo caso, è davvero quello di precipitare nella miseria.
Che segno ha lasciato, dentro di te, quello che gli capitò?
"Io ero piccolo, ma mi hanno raccontato che, così fasciato, non lo riconoscevo più... Al di là di tutto, credo che episodi come questi ,in qualsiasi famiglia, lasciano un senso di precarietà e di insicurezza che passa difficilmente col tempo. Fortuna che mia madre era davvero in gamba e, per un certo periodo, seppe farsi carico di tutto. Un "carro-armato" davvero... (Luca Saitta)
(9 maggio 2009)




