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La doppia fatica di essere immigrati e disabili

Accettare la disabilità è una questione di cultura che dipende dal Paese di origine, aggravata dalla mancanza di punti di riferimento e dal fatto che può essere la fine del "progetto migratorio". Anche l'integrazione scolastica dei bambini disabili stranieri è difficile

immigrati in coda

ROMA - Le persone straniere fanno molta più fatica ad accettare la disabilità. È una questione di cultura, che dipende dal Paese di origine, e di mancanza di punti di riferimento o di reti familiari in Italia. Se gli incidenti sul lavoro "possono aprire una catastrofe non solo fisica, ma anche esistenziale, con pesanti ricadute economiche sul progetto migratorio immaginato dai cittadini stranieri quando hanno deciso di abbandonare la propria terra - niente più rimesse -, per quanto riguarda le psico-patologie le persone immigrate finiscono nelle strutture di ricovero molto di più dei cittadini italiani". A tracciare un quadro complessivo della situazione su immigrazione e disabilità è lo psichiatra Roberto Maisto, che per quattro anni ha lavorato al Centro di psichiatria multietnica "Georges Devereux" di Bologna, una struttura che fa capo al Dipartimento di salute mentale dell'Ausl.

Non si sa con esattezza quanti siano gli immigrati disabili presenti in Italia e a che nazionalità appartengano: ci sono i bambini e i ragazzi che vanno a scuola, chi ha subito un infortunio sul lavoro, chi si rivolge ai centri di salute mentale e l'esercito invisibile di chi chiede l'elemosina o magari è senza permesso di soggiorno. Secondo l'Inail - l'unico ente ad aver fornito i dati a livello nazionale -, i lavoratori stranieri con disabilità fisica titolari di una rendita per invalidità permanente sono 16.537. Il dato, che si riferisce al 31 dicembre 2008, comprende anche le malattie professionali (1.522 casi).

Ma se non è facile accettare la disabilità, non è facile nemmeno ottenere tutela: a parte le difficoltà linguistiche e la burocrazia, c'è voluta una nuova sentenza della Corte costituzionale (la n. 11 del 2009) per vedere riconosciuta la pensione di invalidità ai cittadini non comunitari cui è negato, per motivi di reddito, il permesso di soggiorno di lungo periodo. Se però le persone straniere riescono a essere intercettate dal sistema dei servizi socio sanitari, l'assistenza che ricevono è molto più attenta di quella che avrebbero ottenuto nel Paese di provenienza. L'Inail, ad esempio, si occupa anche degli stranieri irregolari che si infortunano sul lavoro. E poi ci sono il Servizio Disabilità e immigrazione del Comune di Torino all'interno del progetto Prisma, il Servizio di Medicina preventiva per le migrazioni dell'Istituto "San Gallicano" di Roma, l'associazione Naga di Milano per l'assistenza socio sanitaria dei cittadini stranieri e nomadi e, sempre a Torino, il Centro di ernopsichiatria "Frantz Fanon", il primo sorto all'interno del Servizio sanitario nazionale.

Anche l'integrazione scolastica dei bambini disabili stranieri risulta difficile. Secondo i risultati di una recentissima ricerca realizzata dall'Università di Cesena sui "bisogni speciali" degli alunni disabili figli di genitori immigrati che frequentano le scuole elementari e medie della città, "la lingua, la cultura di origine, la fatica degli insegnanti di sostegno a rapportarsi con la famiglia e la loro scarsa preparazione sui temi dell'approccio interculturale alla disabilità sono variabili che rischiano non solo di non dare risposte concrete all'integrazione in classe - dice Alain Goussot, ricercatore di Didattica e pedagogia speciale alla Facoltà di Psicologia di Cesena -, ma anche di incidere sulla diagnosi funzionale dei bambini disabili stranieri, soprattutto quando si tratta di distinguere tra difficoltà e disturbi dell'apprendimento". (Michela Trigari)

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