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Disabile e senza casa, si appella a Bertolaso

La storia di Antonio Flati, che dopo aver subito un intervento chirurgico per l'amputazione di una gamba, non ha diritto a un alloggio fornito dallo Stato perché non residente a L'Aquila, come richiesto da un'ordinanza della presidenza del Consiglio

tendopoli in abruzzo

L'AQUILA - Ha affidato alla stampa una lettera indirizzata a Guido Bertolaso al quale chiede una soluzione per il caso di suo padre. Antonietta Flati, residente nel comune di Scoppito, piccolo centro a pochi chilometri da l'Aquila, chiede al capo della Protezione civile di interessarsi in merito all'ambiguo caso che vede, suo malgrado, protagonista il padre Antonio, che ha subito un importante intervento chirurgico con amputazione di un arto inferiore. La casa in cui abitava, una casetta a torre di tre piani, pur non avendo riportato gravi danni dopo il terremoto è comunque inagibile, e purtroppo, non riparabile in tempi brevi risultando parte di un caseggiato il cui recupero prevede tempi lunghi: niente riparazioni, niente agibilità e niente eliminazione delle barriere architettoniche. Ora, il signor Antonio sembra non aver diritto a un alloggio fornito dallo Stato, benché un'ordinanza della presidenza del Consiglio dei ministri stabilisca che nel comune aquilano ci siano strutture per chi è in condizioni di questo tipo.

Nella lettera la signora ripercorre il suo calvario: "È stato chiesto al comune di avere l'assegnazione di un Map - casetta di legno, ndr - ai sensi dell'Ordinanza 3817 del 16/10/2009 (che prevede in realtà l'utilizzo di case mobili - mai realizzate - "per completare l'offerta abitativa già pianificata per i cittadini con abitazioni in categoria E, F o in zona rossa, ovvero per quelli con abitazioni in categoria B - -come nel caso del signor Antonio - e C, ma con tempi di recupero oggettivamente lunghi e per i nuclei familiari con particolari problemi economici, sanitari e familiari", ndr) per il tempo strettamente necessario alla sistemazione della suddetta abitazione, nella quale mio padre desidera ritornare al più presto. A mio padre è stata negata questa possibilità perché l'ordinanza in questione sembrerebbe applicabile solo al comune dell'Aquila. Io le chiedo un cortese interessamento in merito".

"Le chiedo in particolare - continua la signora Flati -: come può essere che un'ordinanza, emanata per risolvere i disagi abitativi di coloro che non possono rientrare subito nelle loro case, possa valere solo per il comune dell'Aquila ignorando gli stessi disagi in altri comuni interessati dagli stessi problemi e causando di fatto terribili discriminazioni tra coloro che l'ordinanza stessa intende tutelare? Un suo interessamento potrebbe portare importanti chiarimenti per risolvere questa ed analoghe situazioni che si stanno verificando in più parti". Nell'ordinanza, in effetti, si fa riferimento solamente al comune dell'Aquila come ente autorizzato a ricevere le fantomatiche case mobili, ma resta la legittimità del dubbio della signora Antonietta: come si possono ignorare i disagi di chi risiede in un comune a 15 chilometri dal capoluogo e non prevedere soluzioni equivalenti? Si attendono risposte. (Elisa Cerasoli)

(2 settembre 2010)