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Paralimpiadi, viaggio alle origini: da Stoke Mandeville ad Ostia i primi passi del movimento

L'idea di gare sportive per persone disabili nasce nel dopoguerra nella cittadina di Stoke Mandeville, vicino Londra, e rimbalza in Italia grazie al direttore del Centro paraplegici dell'Inail a Ostia

ROMA - Ci sono intuizioni, anche semplici, che possono cambiare la vita di migliaia di persone. Come quella che negli anni successivi alla seconda guerra mondiale ebbe Ludwing Guttmann, neurologo tedesco costretto a fuggire in Inghilterra dopo la persecuzione nazista degli ebrei. Nella città di Stoke Mandeville, vicino Londra, fu messo a capo della "Spinal Injures unit" dove venivano ricoverati i reduci dal fronte che avevano subìto lesioni midollari. Qui si rese conto che questi ragazzi tornavano mutilati non solo nel corpo: alle gravi ferite riportate si aggiungevano anche condizioni psichiche gravi. La depressione portava tanti a lasciarsi andare, altri addirittura al gesto estremo. Ben presto il dottor Guttman capì che bisognava fare qualcosa: intervenire non solo sul versante medico in senso stretto, ma aiutarli a tornare a una vita normale attraverso uno stimolo esterno. E siccome tanti erano ancora giovani, pensò che tutto questo fosse possibile attraverso lo sport. Dagli esercizi fisici distesi sul letto dell'ospedale alle gare agonistiche il passo fu breve. E così il 28 luglio del 1948 i reduci britannici furono i primi atleti al mondo a disputare i Giochi di Stoke Mandeville, nello stesso giorno in cui a Londra si dava il via ai Giochi olimpici. Ma se Guttman può essere definito il padre del movimento paralimpico mondiale, in Italia la sport terapia fu fondata da Antonio Maglio, che organizzò a Roma nel 1960 la prima vera Paralimpiade moderna.

Da Stoke Mandeville a Roma. Conosciuto più all'estero che in Italia per la sua opera di riabilitazione, Maglio negli anni del dopoguerra iniziò a lavorare al Centro paraplegici dell'Inail di Villa Marina a Ostia, del quale fu alla fine nominato anche direttore. Da neuropsichiatria capì fin dall'inizio che per riabilitare bisognava partire dal sostegno psicologico della persona. «Tutti i ragazzi che curava erano per lui come dei figli - ricorda oggi la moglie Stella Maglio -. Solo uno dei suoi pazienti non si salvò: non riuscendo ad accettare la sua disabilità, si tolse la vita. Fu una ferita che mio marito si portò addosso per tutta la vita». Erano infatti anni difficili, in cui essere disabili era considerato una disgrazia senza scampo. Per ridare speranza alle persone infortunate Maglio iniziò a sperimentare nuove tecniche e metodologie riabilitative. Tra queste lo sport ebbe un posto di rilievo: l'esercizio fisico permetteva di ridurre lo stato di depressione delle persone, non solo perché teneva occupata la mente ma anche, perché facendo squadra, i pazienti tornavano a sentirsi parte di un gruppo.

Così dal 1956 il medico dell'Inail iniziò a portare i suoi atleti ai Giochi di Stoke Mandeville. Con Guttman era nata un'amicizia che si basava sulla stima reciproca. Il sogno dell'italiano era organizzare una competizione di grande livello per disabili nel nostro Paese, al pari delle Olimpiadi. Per questo propose al collega tedesco di organizzare in Italia delle gare di scherma in carrozzina, proprio presso il centro di Ostia. Dopo il successo di questa prima iniziativa nel 1957, convinse Guttmann a portare le competizioni di Stoke Mandeville a Roma. Grazie al sostegno dell'Inail riuscì dopo pochi anni nel suo intento: nel 1960 Roma divenne la sede di quelli che, nel 1984, sarebbero stati riconosciuti come i primi veri Giochi paralimpici della storia.

"Mio marito - racconta ancora la moglie Stella - aveva una vera e propria passione per lo sport, era presidente della Triestina calcio, ma adorava anche il basket in carrozzina. Diceva che era importante impegnare le persone infortunate su un progetto di vita, altrimenti la riabilitazione non avrebbe avuto alcun effetto". Lo sport, infatti, non era considerato un diversivo ma parte integrante della terapia. "«Aveva un buon rapporto con ognuno dei suoi pazienti ma li trattava senza un briciolo di pietismo. Anzi a volte per scuoterli li trattava male, non era ammissibile per lui che qualcuno si rifiutasse di fare gli esercizi". Questo tipo di trattamento lo ricorda bene Vittorio Loi, ex atleta paralimpico plurimedagliato. Era il 1961 e dopo un grave incidente sul lavoro si ritrovò paralizzato a letto. "Non vedevo davanti a me nessuna prospettiva. Pensavo che vivere non avesse più senso", ricorda. Poi un giorno entrò nella sua stanza d'ospedale un «omone in camice bianco» che nel guardalo sentenziò senza mezzi termini: «Appena è pronto, questo ragazzo lo mandiamo subito a fare sport». "Lo sport? Io? Ma se non posso muovermi, pensai - aggiunge Loi -. Ma decisi di tentare lo stesso: alla fine della giornata eri esausto, fisicamente e mentalmente. Non avevi tempo di pensare. Il miracolo di Maglio era questo: tenerti occupata la mente con tante sfide nuove per arrivare al traguardo senza ricordarti da dove eri partito".

La modernità di Maglio. Quello della "sport terapia" è un concetto "estremamente moderno", afferma David Fletzer presidente della Società italiana di medicina fisica e riabilitativa e attuale direttore dell'unità spinale del Centro di Ostia. "A Ostia veniva praticato, era parte di un trattamento omnicomprensivo. L'approccio era globale: infermieri e fisioterapisti erano coinvolti in un discorso di riabilitazione totale, che comprendeva lo sport ma anche la musica e l'idroterapia. Si può dire che era un centro veramente all'avanguardia: il primo in Italia nel trattamento della lesione midollare", sottolinea. A Fletzer oggi è toccata in sorte l'eredità di gestire il Centro che fu guidato dal dottor Maglio: "Stupisce vedere come la sua opera sia conosciuta più a Sidney, in Australia, che in Italia. Forse non abbiamo il coraggio di riconoscere i meriti dei nostri connazionali". Meriti che però oggi rivestono le pareti di casa Maglio: dalle coppe alle medaglie sportive, alle cartoline di auguri di Natale, fino alle tante partecipazioni di nozze di chi, dopo essere stato riabilitato, è riuscito a ricostruirsi una vita. (Eleonora Camilli)

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