Il migrare induce una sofferenza che, se non adeguatamente ascoltata, può sfociare in psicopatologia.
Una tale sofferenza rinvia, da una parte, ad una radicale alterità culturale dei pazienti e, dall'altra, a fenomeni complessi, che, benché dislocati in qualche altrove geografico, ci presentano peculiari problemi di salute mentale e, più in generale, di pianificazione dell'azione dei servizi.
Alle ragioni economiche di fuga dalla povertà o di ricerca di una migliore condizione di vita si sommano cause politiche e sociali.
Pertanto, la sofferenza a cui l'operatore deve fare fronte assume connotazioni plurime e stratificate e ciò induce allo sviluppo di risposte di cura altrettanto complesse.
Nasce la necessità di rimettere in discussione la psichiatria come metodo di controllo sociale e di riscoprirla come uno strumento, fra gli altri, capace di promuovere una trasformazione culturale nel senso di una maggiore apertura verso la diversità.
La conoscenza di altri sistemi di cura ha finito per gettare nuova luce sul funzionamento delle culture e, quindi, anche della nostra.
Dentro ogni cultura, è riconoscibile la continuità della sequenza "cosmovisione - modelli antropologici - ideali di salute - forme della malattia - modalità di cura".
Piero Coppo afferma che la "cultura è l'acqua in cui si nuota".
Cultura è anche fondamentalmente la fondazione dell'identità, e cioè la separazione tra un ordine e un disordine, tra un dentro e un fuori; è filtro che seleziona, autorizza e vieta.
La cultura è l'unica dimensione sovraindividuale e invisibile.
C'è una fisiologia delle culture, che vede all'opera sia dispositivi affinati lungo tutta la sua storia per renderli efficaci nel produrre individui culturalmente specifici (reti di passaggio, iniziazione, cerimonie e rituali che attualizzano e incarnano miti, etc.), sia meccanismi di ibridazione e trasformazione, che le permettono di sussistere in situazioni conflittuali o di mutamento.
E c'è una patologia delle culture, cioè un loro sparire accidentale (invasioni, sconfitte, etc.) e un loro invecchiamento e morte.
In particolare, le culture dispongono, per arginare ogni minaccia di disfacimento, di sistemi capaci di culturalizzare, neutralizzandolo, ciò che rischierebbe di introdurre disordine nell'ordine.
Tra questi sistemi la ritualizzazione della devianza comprende una grande varietà di interventi e manifestazioni, dai carnevali alle terapie.
Alla base della psicoterapia, si suppone, ordinariamente, un dislivello di sapere e potere tra terapeuta e paziente.
La psicoterapia dovrebbe rispondere ad un determinato ventaglio di bisogni:
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alleviare sintomi
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risolvere un problema vitale
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determinare una crescita personale
Come premessa, occorre considerare che scienza e tecniche che essa esprime vanno considerati come uno dei saper-fare possibili, prodotto da una specifica storia.
Occorre guardare alla nostra come una delle pratiche, che, in ogni cultura e società, sono rivolte a ridurre il disagio e la sofferenza, che noi chiamiamo "psichici" e a ricucire il tessuto della cultura.
Tutte le pratiche sono destinate ad attivare processi in grado di produrre trasformazioni durature in uno o più punti significativi del sistema costituito da:
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individuo
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proprio gruppo
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loro relazioni con l'ambiente circostante
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materiale e immateriale
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visibile e invisibile
Rispetto ad altri saper-fare con analoghe conseguenze, questi agiscono:
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non sulla e con la materia
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non sul visibile
ma
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sul e con l'immateriale
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sul e con l'invisibile
Si tratta di saper-fare analoghi declinati localmente, secondo specifiche visioni del mondo e specifici modelli antropologici.
È fondamentale allora uno smontaggio consapevole delle nostre visioni culturali integraliste ed etnocentriche, per poter leggere il sistema di cui siamo portatori a ritroso, fino ai miti cosmogonici e di fondazione che comporta.
Solo consapevolmente iniziati alla nostra specifica e peculiare cultura, è possibile lavorare con e sull'intero spessore della cultura a cui si appartiene, divenendo nel contempo più efficaci e più liberi, in particolare dalla credenza nella naturalizzazione dei sistemi psicologici e psichiatrici, che finalmente potrebbero apparire quali sono, cioè prodotti moderni di una specifica storia.
A differenza che nella medicina occidentale, l'obiettivo delle medicine altre è il ritorno all'equilibrio di un insieme, non la restaurazione del solo individuo.
L'atto terapeutico è nello stesso tempo espressione e rinforzo del sistema di credenze e regole sociali.
Il mondo si sta creolizzando, attraverso miscugli, ibridazioni, sincretismi.
Questa elaborazione potenzialmente fertile rischia di venire soffocata dall'occidentalizzazione.
L'antropologo canadese Bibeau indica la necessità di de-costruire, a partire da concetti-chiave quali:
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identità
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cultura
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psichismo
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comunità
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appartenenza
per giungere a pensare ad una nuova cultura comune e trasversale, il cui modo possa essere "sovversivo".
Bibeau afferma che gli individui non solo nascono in una data società e ad essa si adattano, ma costantemente inventano e trasformano la propria cultura.
Creando conflitti, nutrendosi di particolari rapporti di forza, rendendo necessari nuovi modi di comunicazione, la creolizzazione si definisce anche nella peculiarità dei suoi rapporti di senso.
Creolizzazione come effetto di conflittualità e invenzione.
La creolizzazione degli spazi contemporanei esprime la sua anima molteplice e discordante.
Bibeau propone alcune regole per costruire un pensiero fondato sulla differenza.
Egli afferma che gli antropologi dovrebbero promuovere un pensiero nomade (il territorio abitato da gruppi pastorali nomadi appartiene a tutti gli individui e nessuno spazio è proprietà di sottogruppi a spese della totalità) e costruire ponti.
Deculturazione
Gli individui rischiano di essere "deprivati del loro sapere e sottomessi a esperti che impongono loro le regole più invasive che una società possa inventare".
Ciò è quanto dicono anche autori come Latouche e Nathan.
I processi di omologazione e occidentalizzazione contribuiscono a piegare le coscienze degli individui, i loro desideri e le loro tradizioni.
Anziché produrre con ostinata pazienza analisi che distinguano fra immigrati e immigrati, differenziando le loro ragioni, i loro progetti e i loro percorsi, le risposte che possiamo costruire per i loro eterogenei bisogni, molte analisi finiscono sempre più spesso con il parlarne come di masse informi, unitarie e indifferenziate (per ciò stesse incomprensibili) di fatto inventando e reificando un'entità ("gli immigrati"), che in quanto tale non esiste.
Ciò è simile ad altre tipiche metafore del nostro tempo:
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la violenza
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le forme della morte
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il disagio giovanile
Anche in Occidente queste eredità oggi vacillano con costi non trascurabili, meno però per l'effetto di altre culture che per lo sviluppo estremo di quella che viene chiamata oggi sur-modernità.
"I giovani" come "gli immigrati" sono un soggetto/oggetto virtuale, una categoria, una rappresentazione: non un'entità naturale (non molto diversamente, quando reifichiamo le malattie della psichiatria, le relative categorie oscurano i problemi anziché illuminarli).
La condizione giovanile (cioè l'identità generazionale) è solo una delle molte dimensioni che costituiscono l'identità di un individuo, solo uno dei molti attributi del suo mondo, solo una delle molte, possibili radici del suo malessere e del suo dolore.
Gilles Bibeau invita ad evitare nozioni astratte e generalizzazioni improprie quali troppo spesso ci vengono proposte per leggere fenomeni come l'abuso di droghe, le inquietudini dei nostri spazi urbani, i conflitti dei giovani.
Ogni volta che ne parliamo come un gruppo in sé con contorni e caratteristiche definite e quasi naturali, stiamo creando un oggetto forse inesistente, con il rischio di immaginarlo per altro come separato dalla Società.




