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ETNOPSICHIATRIA

LA FOLLIA DEGLI ALTRI

Titolo:
La follia degli altri - Saggi di etnopsichiatria - edizione originale: La folie des autres. Traité d'ethnopsychiatrie clinique, Dunod, Paris 1986
Autore:
Tobie Nathan - a cura di Mariella Pandolfi
Casa editrice:
Ponte alle Grazie
Data di pubblicazione:
1990
copertina libro

L'interrogativo centrale dei saggi raccolti in questo libro - è possibile, ed a quali condizioni, instaurare con individui culturalmente altri una psicoterapia analitica? - configura lo stato di chi, come il terapeuta occidentale in relazione con la follia degli altri, si situa al di qua, sconfinando, con lo sguardo e con l'azione, al di là: una situazione di frontiera.

Innanzitutto, la frontiera fra Occidente e altrove, fra la cultura nostra e altrui, fra linguaggi rituali e codici diversi. Ma anche l'elusiva frontiera fra alterità e devianza, disagio e stato patologico.

Ancora, il confine fra le scienze dell'uomo e quelle medico-psichiatriche: l'etnopsichiatria, cui il lavoro è dedicato, è di per sé una disciplina di frontiera; di essa, in quanto tale, si fa il punto, contribuendo a segnarne durevolmente l'identità e gli statuti operativi.

Tobie Nathan è nato in Egitto, nel 1948.
Studia in Francia, fino al Dottorato di Ricerca in Psicologia (1976) e al Dottorato in Lettere e Scienze Sociali (1983).
Psicoanalista, primo assistente, poi professore incaricato presso l'Università di Parigi 13, è, dal 1986, professore di clinica e patologica psicologia presso l'Università di Parigi 8, dove dirige il Centre Georges Devereux per l'aiuto psicologico alle famiglie immigrate.
Le aree di interesse di Tobie Nathan sono: psicoanalisi, psicoterapia, etnopsichiatria.

Tobie Nathan avvertì, precorrendo i tempi, come la cosiddetta "emergenza migratoria" avrebbe trasferito in Europa la questione del come fare coesistere culture e saper-fare diversi; e di conseguenza, di quali forme e compiti dare a Servizi sanitari e Scuole in Società multiculturali. L'altro, l'esotico, era ormai in carne e ossa qui, dentro casa.

Proprio da questo punto prende l'avvio il lavoro di Tobie Nathan a Parigi. Lui stesso immigrato (figlio di un profumiere ebreo del Cairo), allievo di Devereux, psicologo e psicanalista, Nathan rappresenta forse meglio di chiunque altro il passaggio dalla storia dell'etnopsichiatria al suo possibile futuro.

Nel Centre Devereux (Università di Parigi VIII) da lui creato, viene rivoluzionato il setting, il contesto dell'aiuto psicologico alle famiglie migranti. Non c'è più lo psicologo o lo psichiatra seduto dietro la scrivania o su una poltrona, con di fronte l'altro, il portatore di disturbi, ma anche di una cultura da decifrare e includere in categorie conosciute.

Nathan sceglie di non "strappare le radici", di non estirpare il paziente dalla sua cultura e dal gruppo naturale di appartenenza (quello concreto, reale: la famiglia, gli amici, i compaesani; e quello immateriale, ma altrettanto reale, degli antenati, delle entità invisibili raccontate nei miti, nelle narrazioni di fondazione) per includerlo in quelli che lui chiama i "gruppi statistici" di pazienti: i depressi, gli anoressici, i borderline. Da questa scelta e da quella di prendere alla lettera (per metterli alla prova sperimentandoli) i saper-fare dei guaritori tradizionali, deriva l'originalità, e la fecondità, del lavoro nathaniano.

Non si tratta più qui di tradurre altre lingue nel saper-fare occidentale, ma di inventare un nuovo saper-fare, obbligati dalla sfida che i nuovi arrivati incarnano, latori di altre espressioni del dolore, di altri rimedi, di altre concezioni dell'uomo e del mondo.

Nathan costruisce subito un dispositivo multiplo, dove vari assistenti e terapeuti (alcuni in funzione di "mediatori culturali", provenienti dalle stesse aree culturali dei pazienti; altri formati alle tecniche terapeutiche locali e a quelle occidentali: guaritori, ma anche psicologi) e il paziente (ma col suo gruppo di famigliari e amici) si confrontano su teorie, pratiche e vie di uscita, finendo per trovarne una, la più adatta (forse) a quel gruppo in quella situazione. Da questo alambicco, da questa ricchissima sorgente di informazioni e sperimentazione, Nathan distilla i primi elementi di un saper-fare, che si basa sulla competenza del paziente, considerato l'unico esperto del suo problema (ogni guarigione, dice Nathan, è un'autoguarigione); sulle conoscenze del mediatore culturale, spesso un terapeuta della stessa lingua, che ne amplifica e completa gli enunciati; sul saper-fare del terapeuta principale che conduce gli incontri e che utilizza una piattaforma teorica e metodologica, costruita ed esplicita, che dovrebbe essere valida in ogni contesto culturale.