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Bomprezzi: “Il reality show con disabili? Rischi enormi, serve un pensiero culturalmente avveduto"

“Niente moralismi: ognuno ha diritto a fare e a partecipare a ciò che crede”. Franco Bomprezzi si esprime sull’arrivo in Italia dello show con sole persone disabili: il rischio di cadere nel patetico o nel ridicolo, la necessità di soffermarsi attentamente in fase di ideazione sulle conseguenze che la trasmissione avrebbe. E un aspetto positivo: costringere a discutere di temi tabù quali la competizione fra disabili, il rapporto con la bellezza, l’outing su delicate vicende personali.

Franco Bomprezzi in un sorridente primo pianoROMA - Storcere il naso di fronte a questa modalità di comunicazione non avrebbe alcun senso: ognuno ha il diritto di fare ciò che crede e di partecipare alle esperienze che desidera. L'intera vicenda apre però interrogativi di non poco conto, che dovrebbero essere attentamente considerati dagli autori della trasmissione. Si tratta di temi di alto spessore culturale, spesso considerati veri e propri tabù: la competizione fra disabili, l'emergere per vincere, il rapporto fra bellezza e disabilità in un contesto televisivo, l'outing su delicati aspetti della vita personale. Il rischio è quello di scadere nel patetico e nel ridicolo: e non so immaginare qualcosa di peggio. Per fare bene, anche in tv, c'è bisogno che la trasmissione sia guidata da un pensiero culturalmente avveduto, che sappia prendere in considerazione le tante sfaccettature che una situazione simile rimanda. Si potrebbe parlare del rischio di una notorietà effimera (mentre la disabilità rimane anche dopo lo show), ci si potrebbe chiedere dei risvolti che potrebbero prodursi in tutti coloro che saranno esclusi in seguito ai casting e ai provini che verosimilmente si faranno. E si potrebbe infine ricordare che un altro importante nodo resta la discriminazione al contrario: perché una trasmissione con soli disabili? La vita normale non è un ghetto, ma è relazione. Se davvero il format della trasmissione sarà quello, come tutti i reality anche questo sarà un reality molto lontano dalla realtà.

Franco Bomprezzi, dunque il reality dei disabili arriverà anche in Italia. Che ne pensa?
Sarebbe sciocco, quasi moralistico, storcere il naso di fronte a questa modalità di comunicazione: ognuno ha il diritto di partecipare e di vivere le esperienze che ritiene interessanti per la propria vita, e questo vale anche per una eventuale partecipazione al reality dei disabili, come pure al Grande Fratello e simili. Piuttosto il vero nodo, per come si profila la trasmissione, cioè riservata solo ai disabili, resta la discriminazione al contrario: perché un non disabile non può esserci? La vita normale non è un ghetto dove vivono solo persone con disabilità: la trasmissione sarebbe dunque - anche sotto questo punto di vista - una evidente forzatura della realtà.

Quali dinamiche si creerebbero nel gruppo dei partecipanti?
Il reality deve concludersi con un vincitore, e dunque introduce un elemento di competizione fra disabilità: il rischio è quello di sottolineature poco gradevoli, e che si cada nella goffaggine. Ci sono poi tutta una serie di considerazioni di natura estetica: la televisione è un contesto culturale in cui è la bellezza ad essere criterio dominante. Parteciperanno solo disabili belli? Le discriminazioni potrebbero essere forti: decisamente meglio porsi questi problemi prima ancora di partire, in forma - come dire - preventiva.

Dunque, attenzione alla fase di creazione…
Esatto. Al mondo della disabilità si accostano troppo spesso figure che non hanno una sufficiente cultura per comprendere le sue innumerevoli sfaccettature. Finora mi pare di scorgere in tutto questo solo una grande confusione: non c'è ancora cioè un pensiero culturalmente avveduto dietro l'idea di un reality. Siamo solo agli inizi, e naturalmente c'è tempo per recuperare. Bisogna farlo assolutamente perché accostarsi a questo mondo richiede una forma di rispetto molto marcata, dovuta al fatto che parliamo di persone che faticano a rappresentare se stesse: non stiamo parlando di attori o ballerine che scelgono di andare su un isola per riconquistare l'esposizione mediatica perduta. E' il rischio ci sarà anche per il vincitore: una notorietà televisiva che potrebbe rivelarsi effimera. Mentre la disabilità no, quella resta…

Gli autori pensano al vincitore come testimonial dei diritti delle persone con disabilità.
Mi pare fuori luogo: non esiste e non potrà esistere un testimonial dei disabili. Ognuno vive la sua storia, e non può avere una riconoscibilità così estesa. Ci sono tanti personaggi che avrebbero potuto ricoprire quel ruolo e che giustamente si sono ben guardati dal farlo (per far due nomi, penso a Clay Regazzoni o a Luca Pancalli). Non può esistere un personaggio che incarni in sé tutta la poliedricità del mondo della disabilità.

Il suggerimento agli autori dunque è quello di ripensarci?
E' quello di tenere conto di ogni possibile aspetto, cercando di evitare soprattutto la caduta nel patetico e nel ridicolo. Non saprei immaginare qualcosa di peggio. Modificare il format in salsa italiana, con la parola d'ordine dell'inclusione, potrebbe essere proficuo. Con questo, affrontare tutti gli aspetti, inclusi quelli indiretti: come sarà interpretata dal disabile una eventuale esclusione dopo le selezioni per la partecipazione al reality? E quali modelli saranno creati? Ci sarà la ricerca al "Taricone della disabilità"?

Le associazioni di disabili in questo potrebbero aiutare…
Senza dubbio, ma fino a un certo punto. Alle associazioni può essere chiesto un contributo culturale e di conoscenza del mondo della disabilità, ma il lavoro deve restare disgiunto. L'autore televisivo fa il suo mestiere, l'associazione ne fa un altro, e non si occupa di format televisivi. La massima autonomia deve essere conservata su entrambi i versanti: trovo demenziale che una associazione possa mettersi in gioco con una partecipazione diretta all'ideazione di questo programma.

Qualcosa di positivo tutto questo però la porterà…
Si: a mio parere il fatto che già ora si possa discutere di tutta una serie di temi che finora sono stati a lungo evitati nel mondo dei disabili. Parlo di alcuni veri tabù come quello della competizione fra disabili, dell'emergere per vincere, della bellezza rapportata alla disabilità, del rapporto di tutto questo con il premio e con la televisione, e più ancora con l'outing di delicate questioni personali. Un confronto su tutto questo è quanto mai necessario e doveroso.  (Stefano Caredda)


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