"I preparativi sono un po' più lunghi che per un set "normale", ma neanche più di tanto", racconta la regista Dina Guder in un articolo di Francesco Battistini sul Corriere della sera.it. Dietro l' idea c'è Yaeli Rokach, la direttrice del centro servizi per i non vedenti di Ramat Gan

RAMAT GAN (Israele) - L'unica regola è che, quando si dà il ciak, bisogna fare silenzio. Dina Guder, la regista, quarantun anni senza vedere, non sa dove stiano i suoi attori e gli attori non hanno
idea di dove sia la cinepresa e l'operatore ignora se siano state accese le luci e al tecnico, al momento giusto, qualcuno deve pur dire se trucco e costumi siano pronti... Silenzio, allora. Un paio di secondi. Poi, ognuno grida il suo nome. Così tutti gli altri capiscono in che punto esatto si trovi. E possono cominciare le riprese. «I preparativi sono un po' più lunghi che per un set ‘normale', ma neanche più di tanto», dice Dina: «Siamo tutti molto professionali. E abituati a sopportare ben altri disagi». Una piccola fatica, una soddisfazione enorme, in questo posteggio alle porte di Tel Aviv. Dove, caso forse unico, si sta facendo un film interamente pensato, girato, interpretato da ciechi. Tutti con certificato d'invalidità.
Dietro l' idea c'è una signora molto determinata, Yaeli Rokach, che è la direttrice del centro servizi per i non vedenti di Ramat Gan, cittadina della cintura telavivi: «Da anni mi occupo dei loro problemi - racconta -. Ma finora, abbiamo offerto assistenza, aiuto. Volevo coinvolgere tutti in qualcosa di creativo. Un giorno, ho scoperto che la macchina da presa, la viedocamera è uno strumento molto amato da chi non vede. C'è chi lo usa regolarmente, con una manualità e una tecnica sorprendenti. Allora m'è venuto in mente che valesse la pena tentare con questo progetto». Yaeli ha chiesto il sostegno d'una scuola di comunicazione israeliana, la "Reia", e ha trovato entusiasmo in Sami Khalil, il vicedirettore: «Chiunque senta parlare di ciechi che fanno un film - spiega lui - non capisce di che si parli. Anch'io, quando Yaeli m'ha accennato all'idea, ero scettico. Invece, ho imparato con loro nuovi sistemi per lavorare. E come girare al meglio questo film».
Il budget non è alto, l'opera è fatta in economia. Trenta minuti di cortometraggio, titolo ancora da definire. «E' un dramma comico - dice la regista -. La storia d'una giovane non vedente dalla nascita che, per la sua cecità, avverte di non essere accettata dalla famiglia. Scappa di casa, incontra un ragazzo senza disabilità, insieme fanno gite in moto e sul mare. Finché, pure lui, per una malattia perderà la vista. Capendo tante cose di lei». Dina Guder sta sulla sedia di regia con grande esperienza, dà ordini, ogni tanto si spazientisce pure. Adi (non vuol dire il cognome, né l'età) è la protagonista ed è l'unica del cast che faccia solo se stessa, tutti gli altri recitano come se ci vedessero: «Non è difficile, è un mondo che conosciamo bene, anche se possiamo solo intuirlo», spiega Oz Ben David, 36 anni, nel ruolo dell'innamorato focoso, ma anche il curatore della fotografia. Adi ha imparato la sua parte leggendo il copione in braille. Ricky Fritesh, 53 anni, preferisce usare un sistema sonoro del computer che usa già per leggere le email. Dudu Kazaz, 36 anni, la vista persa in un incidente d'auto, fa da costumista-truccatore e all'occorrenza sorregge anche qualche fondale, per le scene d'interno: «Quando siedono nel camerino e si fanno sistemare, gli attori si fidano di me - la butta sul ridere -: del resto, non hanno altra scelta...».
Si gira una volta la settimana. Due ore. «Per primavera dovremmo avere finito». E' un work in progress e ogni tanto si cambia qualche parte. Non ci sono tesi politiche: «Magari ci occuperemo della pace arabo-israeliana in un altro lavoro». Ci sono esperienze di vita vissuta, però. Come quella di David Ben Zyon, 40 anni, che si occupa di suono e luci e dà qualche suggerimento. «Un giorno, mentre passeggiavo in centro, sono inciampato nel piattino pieno di monete d'un mendicante. Quello s'è infuriato, m'ha insultato davanti a tutti. E nessuno gli ha detto che non potevo accorgermene. E' stata una cosa molto umiliante»: l'episodio è diventato una scena del film. E quando sarà pronto, chi lo vedrà? Yael Rokach e i suoi servizi sociali sono in trattativa con Yes Planet, una catena di sale israeliane: «Ci piacerebbe fare la prima su uno dei loro schermi. E magari avere in cabina, a dare il buio in sala e a schiacciare il tasto play, un tecnico non vedente». Come il Philippe Noiret di "Nuovo cinema Paradiso": chissà se a Tornatore piacerebbe l'idea. (Francesco Battistini- Corriere della sera.it)
(27 gennaio 2010)




