Presentata la Carta Europea per il "Supporto al familiare che si prende cura di un familiare non autosufficiente": iniziativa di Coface handicap, Aias e Ufha. E sul prepensionamento dei genitori di disabili gravi, proposta alla Camera dai comunisti italiani, arriva l'apertura dell’Udc

ROMA - Conciliare la vita familiare con la vita professionale, riconoscendo come tale un lavoro che non ha niente da invidiare come impegno e rilevanza sociale a tutti gli altri: quello della cura di un familiare non autosufficiente o disabile. Hanno le idee chiare le associazioni che a Roma hanno presentato la Carta Europea per il "Supporto al familiare che si prende cura di un familiare non autosufficiente": un testo agile ma chiaro, redatto dopo un intenso confronto dalla Coface handicap (Confédération des organisations familiales de la Communauté européenne) dall'Aias (Associazione italiana assistenza spastici) e dall'Ufha (Unione famiglie handicappati), tre soggetti storici da tempo impegnati nel mondo della disabilità. Dieci voci per sancire alcuni punti fermi inamovibili, nel solco dei quali far ruotare tutte le politiche sociali rivolte al mondo dei non autosufficienti: diritto alla scelta del familiare, priorità alla famiglia come luogo di cura, obbligo di solidarietà da parte delle strutture pubbliche, riconoscimento del ruolo del familiare e garanzia di pari opportunità rispetto alla sua condizione lavorativa, alla pensione, ai servizi formativi e informativi e a tutti gli ambiti all'interno dei quali ruota la sua presenza nella vita sociale. Con un imperativo: non è più possibile aspettare, perché in Italia come negli altri paesi europei è arrivato il momento di sviluppare davvero politiche sociali di supporto ai familiari che si prendono cura di un congiunto non autosufficiente.
Ad essere interessati, d'altronde, sono in tutta Europa ben 50 milioni di persone con disabilità, e di queste più dell'85% vive in famiglia: "tradotto" in italiano si tratta di due milioni e 800mila persone disabili, dietro alle quali vi sono figli, genitori, fratelli, sorelle, generi, nuore, cugini e così via. Persone che lasciano il lavoro per assistere i propri congiunti, o che lavorano part time, o che rinunciano ad avanzamenti di carriera perché impegnati in un'attività che non conosce soste, e che risponde anche al cuore e ai sentimenti. Persone che ora si chiedono, però, perché mai la loro attività non debba essere riconosciuta pubblicamente.
Nel nostro paese in queste settimane avanza faticosamente in Commissione Lavoro alla Camera la proposta di legge sul prepensionamento dei genitori di persone con grave disabilità, che mira all'equiparazione del lavoro di cura ai lavori usuranti. Un testo presentato dall'on. Katia Bellillo (Comunisti italiani) e di fronte al quale è arrivato oggi un cauto sostegno da parte di Pierferdinando Casini: il leader dell'Udc ha prima ricordato il ruolo della famiglia come "snodo cruciale per l'integrazione dei disabili" e ha poi precisato che "è più ragionevole discutere" della proposta dei comunisti italiani che non dell'inserimento fra i lavori usuranti di professioni che evidentemente usuranti non sono: "Discutere liberamente di temi così palesemente trasversali rientra nei comportamenti di un'opposizione seria e costruttiva", ha affermato ricordando però che "se parliamo di famiglia, la priorità non può essere la creazione dei Dico, con tutte le conseguenze di aggravio economico che potranno avere in termini fra l'altro di pensioni e assistenza sanitaria, ma devono essere misure come quelle che consentano di applicare sul serio le ?buone intenzioni' contenute nelle finanziarie sulla non autosufficienza in famiglia".
Di "Dico" parla anche il segretario generale confederale Cisl Sergio Betti, per il quale però, semplicemente, occorre sfruttare il momento di visibilità che hanno acquisito le politiche familiari per "inserire nel dibattito pubblico tutto ciò che le famiglie dei disabili hanno a cuore". La situazione europea, mette in evidenza uno studio presentato per l'occasione, non è poi molto diversa da quella italiana, anche se mutano talvolta in modo radicale le propensioni culturali alla cura e al sostegno dell'istituzione pubblica: la priorità italiana, rispetto a quella degli altri paesi europea, è quella di far sentire intorno alla famiglia una presenza e un supporto reale della struttura di sostegno pubblica. Perché la famiglia può molto, ma non può far tutto. (ska)
(19 aprile 2007)






