Dall'università di Padova, un'analisi extranazionale alla ricerca di buone prassi in ambito di carcere e disabilità. In Gran Bretagna c'è il "funzionario di collegamento di disabilità", mentre in Francia risulta che i detenuti con disabilità siano tre volte più numerosi di quelli senza problemi fisici, psichici o sensoriali

PADOVA - Per adottare buone strategie in ambito di carcere e disabilità e per scattare una fotografia il più possibile accurata della situazione italiana non guasta buttare l'occhio fuori dai confini nazionali. Si può scoprire, ad esempio, quale sia l'ordine di servizio in Inghilterra in materia o si può analizzare come in Francia vengono condotte le ricerche quantitative e qualitative. Questa analisi extranazionale è stata condotta da Alessandra Cesaro, del Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università di Padova, nella pubblicazione "Disabile e carcere in Europa: due esperienze a confronto".
Ricco e dettagliato è il caso inglese, che muove dal Dda (Disability discrimination act) formulato nel 1995 e integrato dieci anni più tardi. Indicazioni, obblighi, compiti e divieti sono tutti scritti nero su bianco. Si deve, per prima cosa, "promuovere la pari opportunità al fine di eliminare le molestie e promuovere atteggiamenti positivi nei confronti delle persone con disabilità", riassume Cesaro. Le azioni per raggiungere lo scopo sono un attento monitoraggio e la nomina di un "funzionario di collegamento disabilità", un membro del personale incaricato di tenere costanti rapporti con i detenuti. È anche possibile prevedere spazi ad hoc nelle carceri e procedere a delle ristrutturazioni per rendere gli ambienti accessibili. Gli adeguamenti strutturali espressamente suggeriti sono molti e vanno, per esempio, dalla diversa colorazione delle entrate per gli ipovedenti alla fornitura di interpreti per la lingua dei segni nei casi di sordità e, ancora, a programmi di sostegno nell'apprendimento in presenza di detenuti con dislessia. Se i disabili in un carcere sono numerosi, può essere anche costituita una commissione ad hoc. Grande attenzione, infine, per la popolazione anziana, con spazi appositi e la possibilità di una commissione anche per loro.
Diverso il caso della Francia, dove nel 2001 è stata condotta la ricerca "Handicaps-Incapacités-Dépendance en prison (Hid-prisons)". Condotta su 1.284 persone disabili in carcere, ha permesso di mettere in luce aspetti interessanti, come il fatto che "il rapporto delle persone detenute, che hanno almeno una disabilità, è all'incirca tre volte maggiore rispetto al resto della popolazione" come riporta Cesaro, che aggiunge: "Tale differenza è motivata da una elevata presenza nelle prigioni di persone con problemi comportamentali e di orientamento nel tempo e nello spazio (39,4% contro il 12% dei non reclusi), oltre che di individui con problemi sensoriali (il 17,3% contro il 5,7%)". Quattro sono le più frequenti disabilità in carcere: comportamenti aggressivi o impulsivi (7,4% delle persone detenute), autolesionisti (17,7%), con problemi di orientamento temporale (12,3%) e con disturbi dell'udito (9,8%). "Sono detentori di una invalidità certificata - aggiunge Cesaro - il 7,6% delle persone incarcerate rispetto al 6,7% della popolazione libera. Le cause della disabilità nelle persone detenute sono da ricollegarsi principalmente a incidenti (28% dei casi) e a malattie (25% dei casi)". (Giorgia Gay)
(20 ottobre 2008)















