L'iniziazione letale ha ucciso il 54enne afroamericano, infermo mentale, condannato a morte per avere ucciso nel 1992 un informatore della polizia. Inascoltato l'appello di Amnesty International. Per l'accusa, i test clinici non erano validi

ROMA - La mano del boia non si è fermata: Marvin Wilson, il 54enne afroamericano, condannato a morte per avere ucciso nel 1992 un informatore della polizia, è stato ucciso con iniezione letale questa notte, nella prigione di Huntsville, in Texas. L'infermità mentale del condannato, il cui quoziente intellettivo risultava pari a 61 (inferiore quindi alla quota 70 considerata la soglia della salute mentale), non è servita a risparmiare la vita dell'uomo, difesa nelle ultime ore anche da Amnesty International, che aveva lanciato un appello affinché l'esecuzione fosse annullata: la validità dei test clinici era stata contestata dall'accusa, che evidentemente è riuscita a convincere la Corte. Solo la negazione dell'infermità, infatti, poteva giustificare l'esecuzione della pena, visto che proprio la Corte suprema americana ha vietato, nel 2002, la condanna a morte di persone con disabilità mentale. "Abbracciate mia madre e ditele che le voglio bene. Portami a casa Gesù, portami a casa Dio": sarebbero state queste, secondo quanto riferito dalle agenzie, le ultime parole del condannato.
(8 agosto 2012)







